Civismo e Partecipazione

Combattere il populismo insieme

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Fare opposizione alla strategia divisiva delle forze populiste richiede un impegno coinvolgente e largo. Questa consapevolezza è fondamentale perché il populismo più che a governare, pensa a giustificare le proprie scelte divisive per diffondere e radicare il suo potere, anche riducendo i margini di controllo parlamentare previsti per l’opposizione.

Questo per l’opposizione, parlamentare e sociale, implica una volontà di messa insieme di tutte le risorse disponibili a combattere una tale idea della democrazia e del governo della cosa pubblica.

Ormai è risaputo che la partecipazione politica non si esprime più solo attraverso i partiti, ma in diversi luoghi della società.

C’è una pluralità di partecipazione che non è un rifiuto dei partiti, non è l’antipolitica, ma che richiede un modo nuovo di interloquire con le forze politiche e con i partiti. Nella stragrande maggioranza dei casi sono esperienze con un radicamento che fanno parte del riformismo diffuso, che bisogna sapere associare e rendere partecipe del processo e del cammino verso un nuovo Riformismo che guardi innanzitutto alla costruzione di una nuova Europa più vicina ai bisogni e alle attese delle cittadine e dei cittadini e alla definizione di una nuova cultura e un modo più aperto e accogliente di essere dei partiti.

Si tratta qui di una realtà che pone ai partiti riformisti e di sinistra che stanno all’opposizione la necessità di una loro profonda riorganizzazione politica e culturale che, secondo me, deve essere in sé parte integrante di un progetto, di una visione di società.

Dico questo perché ritengo che qui si tratta di una questione che afferisce alle prerogative della politica, del suo contenuto di mediazione e compromesso per creare consenso attorno ad un progetto di società alternativo all’idea populista.

La sfida è quindi quella di mettere insieme e di unire per individuare l’orizzonte strategico, i valori condivisi, le ragioni del nuovo Riformismo. C’è un bisogno forte di politica, di una discussione approfondita nel Paese sulle tante definizioni della modernità che oggi si utilizzano senza giungere a sintesi condivise.

Ho sentito usare tante definizioni della società moderna: la società di uomini e di donne uguali, ma che nella sua struttura e organizzazion rimane per e di soli uomini; la società del rischio, per marcare la vulnerabilità di questo tipo di società; la società degli invisibili che vivono una condizione grave e radicale di esclusione dal lavoro e dalla possibilità di costruirsi una vita; la società che invecchia che dice che bisogna sostenere la maternità e poi resta sulla carta; la società dell’informazione, che dice che siamo una società in cui bisognerebbe fare fronte al problema dell’incertezza o della sovra-informazione; la società globale che dice che tutti siamo sulla stessa barca e quindi dobbiamo saper guardare agli altri, pensare il mondo e non soltanto la porzione dove viviamo; la società tecnologica che aiuta a comunicare ma rende più soli e arriva a mettere mano alla riproduzione umana; la società post-industriale che richiede una nuova riorganizzazione del lavoro ma dove le innovazioni stentano ad affermarsi e i servizi, in particolare quelle alla persona, scarseggiano; la società della conoscenza come crescita interna e di potenziamento della capacità operativa personale, ma dove si approfondiscono le diseguaglianze sociali e di genere.

Sono alcune chiavi di lettura, ognuna delle quali pone però un aspetto da ricondurre a un paradigma generale e condiviso.

Una discussione quindi che approfondisca tutte queste sfide e porti a sintesi unitarie sulle scelte da fare, sarebbe una vera svolta e una bella prospettiva per le tante e tanti che oggi guardano ai partiti riformisti e di sinistra con smarrimento e distacco.

Ciò va fatto ripristinando anche uno spirito critico sulle cose che ci propone la modernità perché non tutto quello che offre va bene per il vivere e convivere da eguali e per la dignità della persona.

C’è per esempio un’orrenda idea che si aggira tra di noi: quella sulla mercificazione del corpo della donna e del suo utero, per soddisfare il desiderio altrui. Qui la domanda da parsi è: possiamo, in nome della modernità, accettare l’idea di trattare la prostituzione come fosse un lavoro come un altro, oppure utilizzare l’utero delle donne come fossero delle operaie in un’industria che produce bambini? Non c’è forse qui una nuova forma di sfruttamento e mercificazione dell’essere umano di cui il Riformismo si dovrebbe preoccupare?

Queste domande sono un esempio per indicare quali sono i fatti concreti della modernità che oggi attendono di diventare oggetto di un’azione riformista condivisa, capace di dire dei sì e dei no, mettendo in campo i valori fondanti della nostra civiltà, prima fra tutti appunto la dignità umana.

Il Riformismo del ventunesimo secolo se vuole portare avanti un progetto di società non può pensare di farsi carico di un solo pezzo di società e tralasciare il resto. Un progetto di società deve farsi carico di tutto, altrimenti è un trucchetto dal respiro corto; e qui non siamo al trucco, qui, oggi, ci si gioca il futuro del Paese e delle relazioni umane.

Il cambiamento non è, quindi, assecondare il corso delle cose per non scontentare pezzettini di società o di partito e non è neanche elevare il desiderio degli individui al rango di “diritto”.

Il cambiamento deve significare la messa in campo di valori condivisi, di limiti invalicabili, di nuovi modelli di riferimento e di organizzazione della società, fondamentali per tutte e tutti.

Proprio per questo credo che quella parte di società, non piccola, di riformismo diffuso che opera nella società e che vuole poter guardare con fiducia al futuro del Paese e dell’Europa, è una risorsa indispensabile non soltanto per combattere il populismo, ma anche per superare le debolezze che nel passato hanno reso fragile l’esperienza dei governi di centrosinistra.