Civismo e Partecipazione

Del Governare: la stabilità del transitorio

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Le democrazie occidentali – come noi le conosciamo – hanno dimostrato, nel loro cammino storico, tanto la forza dei principi posti a fondamento degli ordinamenti, quanto la delicatezza di funzionamento dei meccanismi nei quali si articola la ricerca dei criteri più adatti a tenere collegate l’essenza dei valori fondamentali delle democrazie e la varietà delle soluzioni di volta in volta concretamente spendibili nelle singole decisioni. Il nodo essenziale resta, quindi, il bilanciamento tra principi-base e strumenti da utilizzare nel modo del governare. In questi ultimi anni è emersa – con clamoroso impatto nel dibattito pubblico – la complessità del rapporto tra sovranità popolare e modalità di esercizio della rappresentanza nelle scelte che interessano le società.

Lo scenario dei questi anni presenta una politica che oscilla tra l’incapacità di analizzare le implicazioni derivanti dalle modifiche del quadro sociale e la tendenza a voler rompere gli argini senza una riflessione accurata delle trasformazioni. Per i primi l’atteggiamento si risolve nel negare sostanzialmente  l’esistenza di scenari non decifrabili con le lenti del passato; per i secondi la scelta finisce per esigere (e/o proclamare) un cambiamento senza sufficienti chiavi interpretative dei processi in atto. In questo contesto andrebbero tenuti presenti alcuni elementi.

Uno riguarda i problemi che da tempo l’insieme dei sistemi democratici si trova a dover fronteggiare. Tra essi ha assunto valenza primaria lo scollamento tra governanti e governati, fenomeno che viene comunemente bollato come “antipolitica”. Espressione certamente efficace, ma sostanzialmente vuota in sé, perché tende a sfumare i connotati di cause diverse e, soprattutto, finisce per evitare di affrontare la radice del problema: la profonda crisi dei modelli e dei soggetti della rappresentanza politica. Alla base di tale fenomeno vi è, innegabilmente, la caduta – a volte verticale – della capacità di presa delle tradizionali forse di aggregazione politico/sociale: i partiti e i sindacati.

Le cause del fenomeno sono state largamente dissodate, ma non sembra che la loro comprensione sia servita a determinare una inversione di rotta. Al contrario – se si guarda in specifico alla situazione italiana – la crisi di rappresentanza dei partiti tradizionali ha prodotto soluzioni ancor più scivolose, che si sono dipanate in due distinti canali: la nascita di partiti a marchio di fabbrica personalistico; la “scalata” dei consensi da parte di forze politiche che fanno leva sulle paure diffuse nel tessuto sociale per proporre orizzonti di stampo nazionalistico, conditi dal soluzioni di forte impronta xenofoba. Fenomeni ad alto rischio, allorché si voglia pensare alla politica “alta”, quale sintesi di progettualità in grado di elaborare risposte efficaci ai problemi della società in una fase di fortissima tensione sociale e di elevata criticità dei nodi da sciogliere.

In tale accorciamento della visuale risalta, in primo luogo, la carenza di riferimenti ideali, che emerge dal corto respiro delle opzioni politiche: ricerca di consenso immediato anche ricorrendo a soluzioni impraticabili o civilmente ripugnanti per la coscienza democratica (la proposta di chiudere le frontiere all’immigrazione è, al riguardo, esemplare). Non meno preoccupante è la tendenza al “mutamento genetico” di alcune forze politiche che hanno contrassegnato la storia del paese. Quanto sta accadendo attualmente nel Partito democratico è un esempio di clamorosa evidenza.

Si assiste allo sfarinamento della capacità di mediazione, che – piuttosto che essere considerata una leva essenziale dei governi democratici – viene indicata come un intralcio alla rapidità del governare e alla stabilità politica. L’effetto conseguente è la tendenza alla radicalizzazione dello scontro, che ha immediate ripercussioni sul confronto tra i decisori politici. Il dibattito pubblico, infatti, finisce per concentrarsi sul nemico (vero o presunto) piuttosto che sulla sostanza dei problemi. A ben vedere, così facendo ci si incammina verso un vicolo cieco, perché – occorrerebbe rammentarlo sempre – la (buona) mediazione è il sale delle decisioni politiche che investono, per definizione, una pluralità di soggetti e di interessi.

La percezione diffusa di trovarsi perennemente in mezzo al guado non caratterizza soltanto questi anni turbolenti, difficili da decifrare, tanto densi di incognite quanto asfittici di risposte convincenti rispetto alla complessità da “governare”. In Italia la transizione sembra essere la [non]risposta che emerge sistematicamente di fronte ai fenomeni di lacerazione sociale, rispetto ai quali la politica di questi anni sembra diventata del tutto impotente. Quasi arrendevole da parte di alcuni, temerariamente aggressiva – ma normalmente di inadeguato spessore – da parte di altri. Tutto ciò produce uno stato di perdurante incertezza, che – a sua volta – si traduce in palpabile inazione o, in alcuni casi, in “falso movimento”.

Di fronte a tale “stabilità del transitorio” diventa, quindi, urgente – suggeriva in altro momento storico Mario Tronti – “pensare la pratica ad alta voce, cogliere la riflessione politica in movimento mentre si sposta, armi e bagagli, da un terreno all’altro”, anche correndo il rischio di dover fare i conti con “chi non ne vuole sapere di abbandonare i luoghi santi”[1]. Due, di conseguenza, gli elementi intrinsecamente strutturali da analizzare: le dinamiche e le mutazioni dell’agire politico; le resistenze politiche e culturali a modificare la lettura dei fenomeni.

I “luoghi santi”. Occorrerebbe ripercorrerli attraverso una serie di tragitti distinti (ma interconnessi) che mettano in rilievo alcuni aspetti salienti di cambiamenti avvenuti o soltanto evocati/immaginati:

  • Rapporto tra politico ed economico (governare i processi di modernizzazione; assorbire la pervasività della globalizzazione: inferiorità degli strumenti politici e giuridici rispetto ai corsari finanziari)
  • Le forme dell’aggregazione politica (il partito ideologico; i soggetti non partitici: l’identità senza storia)
  • I soggetti del cambiamento (le classi lavoratrici; i cittadini)
  • Attori del dialogo pubblico (i professionisti della politica; l’irrompere dei novizi)
  • Gli strumenti di policy e di ricerca del consenso
  • Ripensare lo Stato (Stato/mercato)
  • Le politiche di modernizzazione (le riforme di struttura; la nuova statualità).

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[1] M. Tronti, Sull’autonomia del politico, Milano, Feltrinelli, 1977, p. 5