CIVISMO E PARTECIPAZIONE

I dieci anni del Pd. Una riflessione

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Al di là delle celebrazioni, che pure rivestono un valore importante qualora esse siano occasione di ricordare e fare propria una storia, le sue difficoltà e i principi che ne hanno sostenuto il corso, appare oggi necessario riflettere su quali strade possa percorrere il Pd nel prossimo futuro e come esso opera dentro la società italiana. Necessità di riflessione che evidentemente si coniuga alla perfezione con il legittimo desiderio di celebrazione del primo decennale, poiché un partito non è un monumento alla memoria ma una realtà viva e in perenne dinamismo.  Spunti utili alla riflessione sul futuro del Pd provengono dai temi emersi sabato 14 ottobre all’Eliseo, dove si sono intrecciate tre dimensioni, identicamente essenziali per il Pd, ossia quella della memoria, quella del presente e quella della progettualità per il futuro. Tre dimensioni dell’agire che si coniugano dentro una storia, appunto. L’evocazione del concetto di “sinistra” ha il valore storico di una idea che si rispecchiai in una concezione del mondo in cui i principi di eguaglianza, giustizia e libertà si vedono realizzati in un progetto di rinnovamento della società. Un rinnovamento che si realizza concretamente nello sforzo di coniugare i principi “alti” e irrinunciabili con la responsabilità di governo e con la consapevolezza circa un panorama politico del Paese e dell’Europa che mostra evidenti e pericolosi segni di cedimento verso il crinale del conservatorismo populista e di destra.

In tal senso, per il Pd, ripercorrere la storia vuole dire anche guardare in faccia le questioni che hanno portato a dolorose divisioni e quelle che oggi tengono separate le diverse anime della sinistra, leggere magari in queste fratture e distanze quali siano i motivi su cui è bene e responsabile affrontarne i nodi. Rileggere la storia vuole dire essere “dentro” una prospettiva storica, ossia “dentro” la realtà che non sta mai ferma ma procede in avanti. Tutto il contrario di chi si attesta su una dimensione antistorica, come coloro che credono che i mutamenti epocali che stanno investendo il mondo possano essere fermati ai nostri confini nazionali (o, ad esempio, ai confini di un anacronistico “lombardo-veneto”). Ma anche tutto il contrario di chi pensa a semplificazione, facendo tabula rasa di ciò che non incarna il “verbo” del fondatore, e prospetta un giacobinismo anch’esso ormai fuori dalla storia, specie di utopia che però è più prossima alla distopia.

Se nel Pd il bagaglio dei principi è ben definito, altra è la questione della sua identità che deve essere ricercata al suo interno, fatto di impegno e militanza delle singole persone, poiché sottolineare l’importanza del “fattore umano” può evitare il rischio di scivolare in una concezione “impersonale” dei partiti che appare speculare a quella che attualmente sembra essere per molti la “carta vincente”, ossia il fatto che la politica dei “partiti” sembra oggi essere stata sostituita da quella dei “leader”. Tutto ciò non fa altro che aumentare il divario fra i cittadini e la politica dal momento che un partito “impersonale” finisce col divenire autoreferenziale, arroccandosi sulla propria sopravvivenza ma perdendo il contatto con la società. Non è questo il rischio del populismo o delle forze di destra le quali, anzi, si nutrono dell’opinione pubblica, amplificandone però spesso le adesioni e le paure. Piuttosto, riguarda quei partiti che scelgono non di amplificare ma di “interpretare” le domande che emergono dalla società. Ed una buona interpretazione reca sempre con sé elementi propositivi, cioè di spinte in avanti, non di tipo demagogico ma entro il quadro di un realismo riformista. Insomma, una politica del “possibile” e non dell’irreale.

Ecco perché è sempre importante riflettere sul piano personale, a partire dall’esperienza di ciascun militante o simpatizzante. Lo è perché il rapporto con il territorio è il primo passo sia per evitare l’allontanamento della politica dalla vita degli individui, sia per “personalizzare”, attraverso la testimonianza individuale, la vita di un partito intesa come attore collettivo. Lasciando agli analisti il compito di individuare nodi e strategie per il futuro del Pd, io molto più modestamente vorrei sottolineare un paio di aspetti a partire dall’esperienza quotidiana di iscritta. Normalmente, la lotta politica si fa nel territorio e contro un avversario che ha, evidentemente, una concezione diversa. Non è lotta politica, però, quella che, purtroppo, alle volte si combatte all’interno dei circoli, colpevole sovente un protagonismo esacerbato ma, soprattutto, la perdita di una prospettiva di casa comune e di un altrettanto sforzo comune. Il dibattito interno, anche aspro, è positivo e bene accetto; altra cosa sono le lotte sotterranee che finiscono per svilire l’immagine stessa del partito, peggio ancora se al protagonismo finisce per associarsi una ricerca di potere, un potere (se si pensa alla realtà di un singolo circolo) che si concretizza poi in forme, onestamente, risibili.

Vi è poi il problema, secondo me molto importante, di una identità “forte” che però non parte dalla individuazione di un “nemico”. La relazione “amico/nemico” la possiamo benissimo lasciare ad altri, a coloro che basano le loro campagne di adesione sulla ricerca di un capro espiatorio. Le fratture e le lacerazioni che il Pd ha conosciuto sono ferite dolorose alle quali varrebbe la pena reagire non con la convinzione, quasi fideistica, che l’ex compagno di viaggio sia un “infedele” e che la ferita si risani esaltando fanaticamente le proprie posizioni, bensì con la necessaria umiltà di cercare di comprendere quali sono i nodi che, a prima vista, sembrano irrisolvibili, avanzando le proprie ragioni e proponendo soluzioni ma in una prospettiva che unisca e non divida ancora di più. Questa è una esigenza che avverto non solo pensando alle vicende “nazionali”, ma al più immediato lavoro nel “territorio”, dove sono tanti coloro che non riescono a comprendere le ragioni di quel perenne frazionismo che sembra affliggere la storia della sinistra. Ed anche ciò è fattore di allontanamento della persone comuni dalla politica. Due piccoli, forse banali, appunti che, nel decennale della nascita del Pd, mi sento di proporre, confidando però nell’importanza che il lavoro dal basso di un partito, sia la sua “carta d’identità” fra la gente.

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