CIVISMO E PARTECIPAZIONE

L’assillo del populismo

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L’assillo del populismo perseguiterà per molti anni tutti coloro che tenteranno di indicare soluzioni ragionevolmente possibili dei problemi generali della società intera o anche di singole situazioni o condizioni complicate e dannose.

L’analisi del populismo, delle sue manifestazioni, dei suoi effetti è varia e complessa e gli antidoti possibili sono proprio frustrati dalla sua natura e dalla sua generalità, preponderante e contrastante verso ogni soluzione che si manifesti come più ragionevole rispetto all’evidenza degli errori e degli effetti negativi delle politiche da esso sostenute.

Per tentare di virare da questa situazione, evidentemente pericolosa, occorre sottolineare alcuni aspetti delle società moderne che si sono sviluppati in connessione con le maggiori possibilità di circolazione, di comunicazione e di corrispondenza tra popoli e cittadini e con le innovazioni tecnologiche che hanno portato benessere ma hanno superato la possibilità di un loro controllo politico.

Agli albori della unificazione europea era facile indicare come le multinazionali, che allora si affermavano nei mercati di tutto il mondo, fossero più efficaci e più efficienti degli stati, specialmente di quelli europei, sicuramente di modeste dimensioni rispetto a stati continentali, arroccati su posizioni autarchiche.

Era utile e facile sottolineare che unioni e governi sovranazionali avrebbero potuto avere ragione delle pretese mercantilistiche di quelle multinazionali.

I progressi politici, economici e sociali che si sono susseguiti hanno consentito una maggiore libertà a tutti i cittadini degli stati collaborativi o confederati. Hanno però anche mostrato l’accrescersi di nuove disuguaglianze e hanno parcellizzato il comune sentire, le solidarietà, l’orientamento collettivo e socializzante di comportamenti politici di fronte alla omologazione di costumi e sistemi di vita assecondati dall’adeguarsi dell’offerta produttiva di beni, più attenta alle mutevoli domande dei consumatori e alla soddisfazione più diversificata e più individuale possibile.

In questo conteso sommario si devono mettere in evidenza le forma istituzionali di governo e di rappresentanza non controllabili da consumatori e da elettori, capaci sì di trovare soddisfazioni alle proprie convinzioni ma empiricamente convinti dell’impossibilità di un dialogo costante e cogente con le proprie rappresentanze e con le istituzioni stesse.

In questo contesto ci si chiede quale politica possa debellare le false verità propagandate da forze politiche populiste che razionalizzano convinzioni erronee, credendole veritiere e rappresentative di esigenze diffuse, e se ne arrogano una rappresentanza fideistica con proposte prive di previsioni e valutazioni anticipate rispetto alla aleatorietà degli effetti  previsti e sperati.

Soprattutto, quale politica può convincere i singoli cittadini – presi come individui che sommano i loro comportamenti, le loro opinioni, i loro giudizi e le loro propensioni ma non li aggregano in forme comunitarie e solidaristiche – della maggiore validità di proposte, di procedure, di programmi razionalmente più elaborati e fondati sull’esperienza positiva di azioni analoghe effettuate e di progetti realizzati.

Una strategia possibile potrebbe essere quella di dare maggiore valore alla rappresentanza politica e istituzionale partendo dalla situazione reale e attuale.

Ripartire cioè dal basso. Rivitalizzare il rapporto tra cittadini e istituzioni attraverso una rinnovata presenza o una nuova costituzione di forme associative e solidaristiche di base che abbiano effettive possibilità di dialogo con le istituzioni. A partire da quelle più elementari: servizi locali, municipi, comuni, etc.

Riaffermare che carattere e funzione principale della rappresentanza è dare capacità d’azione, e quindi esistenza, alla comunità di cui le istituzioni rappresentative sono organi.

Adeguare, fin da subito, a questo criterio tutti i rappresentanti democratici eletti nelle istituzioni e negli organismi politici

Impegnare gli attuali rappresentanti ‘non populisti’ nelle istituzioni a dialoghi frequenti ed efficaci con gruppi di cittadini aggregati secondo interessi e bisogni, ma stimolati a condividere progetti generali e principi universali.

Una ripartenza ‘romantica’. Ricorda i decreti ‘malfatti’ che aprirono le case a costituendi comitati di cittadini che volevano partecipare alla educazione dei propri figli con la cogestione delle scuole.

Senza rievocare queste esempio, ma tenendolo a mente, si dovrà prevedere che la probabile fallacia delle politiche populiste richiederà, per necessità, un maggiore colloquio con i rappresentanti istituzionali e una maggiore partecipazione di questi con un riferimento sistematico ai propri elettori e a tutti i cittadini.

L'Italia Che Verrà

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