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La nostra, si dice, sarebbe l’epoca della “postverità”, l’epoca in cui la verità non conterebbe dunque più nulla: il rischio di disinformazione deliberata in ogni ambito della vita individuale e collettiva aumenterebbe in misura esponenziale attraverso Internet e in particolare i social networks, a livello di grandi masse di popolazione. D’altra parte i Big Data a disposizione di  società come Google fanno gola a tanti che agiscono nella sfera economica e politica, e che la loro disponibilità e il loro uso costituiscono un fattore di devastante distorsione tanto del mercato quanto delle competizioni elettorali: abbiamo cominciato a vederlo nelle campagne presidenziali americane, ma il rischio è molto più vicino a noi di quanto si creda.   

Ma perché è proprio la rete a consentire la diffusione massiccia, incontrollata e istantanea di notizie deliberatamente falsificate o manipolate? I giornalisti che operano coi mezzi informativi tradizionali debbono sottostare alle regole sul diritto di cronaca a pena di incorrere nelle sanzioni previste dalla legge,  fanno parte di una comunità di  professionisti che in Italia è addirittura istituzionalizzata in un ordine professionale, ed esercitano la loro attività alle dipendenze di un’impresa editoriale, per cui diffondere notizie deliberatamente falsificate può provocare loro gravi danni reputazionali. Nelle comunicazioni in rete non vi è nulla di tutto questo, e nello stesso tempo è consentito l’anonimato. Il singolo, i partiti, i candidati alle elezioni o i governi sono indifesi di fronte alle notizie false o manipolate diffuse in rete, soprattutto perché queste possono esservi immesse senza che se ne possa identificare l’autore. Le conseguenze sono ovunque drammatiche, come dimostrano tanti episodi individuali (dalla campagna contro i vaccini a suicidi di giovani colpiti da calunnie diffuse in rete nei loro confronti) o relativi alla vita politica (fino ai sospetti di risultati elettorali inquinati da notizie false relative a taluni candidati).

I responsabili di Google e Facebook stanno cercando di correre ai ripari con l’autoregolazione, compresa la sottrazione di introiti pubblicitari alle pagine web che travisano, nascondono o espongono scorrettamente le informazioni su chi pubblica notizie, i contenuti dell’informazione o l’intento primario del sito. L’autoregolazione opera a livello globale, ma rimane affidata ai titolari dei motori di ricerca e quindi ai loro interessi economici. Gli interventi pubblici, esattamente all’opposto, hanno lo svantaggio di non poter operare a livello globale, mentre riescono a togliere dalle mani dei gestori il potere di regolazione.

Nulla da fare dunque? No, a condizione di adoperare un approccio graduale. Il  divieto dell’anonimato, fissata da Stati o dall’Unione europea, e la diffusione di black lists di siti inaffidabili da parte di Autorità indipendenti sarebbero per esempio già grossi passi avanti. Ma soprattutto va considerato che la diffusione della rete è caduta in una fase storica di massima sfiducia per la politica democratica e di crescente diffidenza per le conquiste della scienza. Come possiamo meravigliarci allora della grande fortuna delle notizie false? Eppure molto dipenderà pur sempre da tutti noi. Non possiamo permetterci di concludere che le nostre democrazie e i nostri diritti saranno definitivamente inquinati dalla circolazione di notizie false.

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