Civismo e Partecipazione

Una classe senza libri di testo

Shares Share

Le penne sono poche e anche i quaderni sono merce rara. Per i libri di testo neanche a parlarne. Si tratta di una classe di scuola media inferiore e di detenuti che studiano nel carcere di Rebibbia con l’obiettivo di prendere la licenza. La nostra Costituzione, all’articolo 27, sancisce che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato: frequentare un corso di studi è uno dei modi più idonei per raggiungere lo scopo.
Ma andiamo per ordine. Quanti detenuti ci sono a Rebibbia? Quanti frequentano un corso scolastico? Che tipo di corsi ci sono?
Il complesso di Rebibbia comprende vari istituti di pena, ma mi riferisco qui alla sola Casa Circondariale di Rebibbia, che contiene 1415 detenuti di cui 493 stranieri. Non ci sono donne, solo uomini e 20 detenuti transgender. Prendo questi dati da una scheda dell’Associazione Antigone, che si occupa dei diritti e delle garanzie del sistema penale e ha effettuato una visita nella Casa Circondariale il 24 marzo 2017 riportando i dati raccolti sul suo sito internet. Alla data della visita i corsi scolastici attivi erano i seguenti: scuola elementare, media inferiore, media superiore, Università Tor Vergata, Roma 3, Roma 1. Era anche possibile frequentare corsi di spagnolo, giornalismo, italiano per stranieri e scrittura creativa. L’offerta nel suo complesso è ampia e articolata. In totale i detenuti coinvolti nei corsi scolastici sono 510, più di un terzo del totale. Mi sembra un’ottima percentuale, significa che c’è interesse al mondo dell’istruzione e si vuole cogliere l’opportunità che la struttura carceraria mette a disposizione di chi sta scontando una pena.
Ma come studiano queste persone? Quali strumenti hanno a disposizione?
Ho chiesto ad un docente che insegna a Rebibbia. Ha due classi di scuola media inferiore. I suoi studenti sono tutti adulti, di varia etnia e provenienza: ci sono ragazzi appena maggiorenni e anziani alle soglie della vecchiaia, persone dalla carnagione chiara e uomini di colore, italiani e stranieri. Gli studenti sono attenti e interessati, ma seguire il programma è difficile: non hanno libri di testo. Il carcere dà la possibilità di frequentare la scuola, ma non si fa carico della spesa dei testi scolastici né loro hanno la disponibilità economica per acquistare i libri. Il docente non ha avuto, come di consueto, il libro di testo in omaggio dal rappresentante della casa editrice, perché per chi insegna in carcere non è previsto: nessun alunno comprerà il testo e la copia-omaggio per il docente sarebbe, per la casa editrice, un costo inutile.
“Come fai?” gli ho chiesto.
“Mi sono comprato il testo e per loro faccio delle fotocopie”.
“Le fai a Rebibbia?”
“No, lì non è possibile, le faccio in copisteria. Anche per i quaderni ci sono problemi. La scuola ne ha comprati un po’ ma non bastano per tutti”.
Cerco di immaginarmi queste classi prive dei più basilari strumenti didattici. La disponibilità dell’insegnante che fa fotocopie a sue spese non può e non deve bastare. Mi sembra impossibile che tra le pieghe del bilancio di un carcere, con la collaborazione di tante organizzazioni che operano a Rebibbia, non si trovi il modo di acquistare dei libri di testo. La rieducazione del condannato, di cui parla la Costituzione, merita uno sforzo in più da parte di tutti.

Leave a Reply