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Dobbiamo riconoscere che il referendum catalano sull’indipendenza, tra confusione e rotture, come pure il referendum del Veneto e della Lombardia sull’autonomia amministrativa, con un carattere apparentemente consultivo, interrogano anche il nostro modo di intendere il processo d’integrazione europea fin qui compiuto. Quello che qui si vuole porre in evidenza è che siamo parte di un processo di approfondimento europeo, che impone una visione innovativa da parte degli Stati nazionali per garantire unità e attuazione del principio di sussidiarietà e proporzionalità, previsto nei Trattati dell’Unione europea, per lo stare insieme delle persone.

In questo senso la prima osservazione che viene spontanea riguarda appunto il fatto che l’Unione europea è ancora vista e vissuta dagli Stati europei come questione di politica estera. E se nel secolo scorso la politica europea è nata come sottoinsieme della politica estera, ora per rispondere meglio alle nuove sfide dell’integrazione europea, occorre superare l’impianto iniziale non solo nelle Istituzioni ma anche nella cultura e nell’agire quotidiano di Istituzioni, partiti, forze sociali, economiche e culturali.

E’ giunto il momento di cominciare a ragionare seriamente sul fatto che non siamo più in uno spazio di rapporti fra soli Stati sovrani, ma in un unico spazio politico e di regole dove le cittadine e i cittadini devono vivere e lavorare insieme. E qui sicuramente, senza dover passare per lunghi e tortuosi progetti di riforma dei Trattati europei, si può agire, attraverso una sempre più efficace applicazione dei principi di sussidiarietà e proporzionalità, già previsti negli assetti costituzionali nazionali.

Si tratta di attuare la distribuzione delle funzioni nell’amministrazione della cosa pubblica dai livelli più vicini alle cittadine e ai cittadini e più radicati nella storia nazionale, ai livelli di governo superiori per assicurarne l’esercizio unitario, la solidarietà e la coesione, tanto a livello nazionale che europeo. Ciò implica che il livello centrale, punto di riferimento del raccordo con l’Unione europea, abbia la possibilità e la capacità di programmare, valutare, controllare e all’occorrenza anche intervenire con poteri sostitutivi, per evitare che la sussidiarietà e proporzionalità porti a un aggravamento delle disuguaglianze territoriali e comprometta la coesione. E’ esemplare in quest’ottica il recente accordo tra Governo e Regione Emilia Romagna sulle nuove competenze regionali in materia di sanità, lavoro, ambiente, impresa e ricerca.

L’altra domanda da porsi è come fare uscire il Parlamento e i poteri locali, da un sistema di gestione passiva della politica europea che ne riduce l’impatto trasformativo sugli assetti istituzionali, politici, economici e sociali e, al contempo, risulta penalizzante per il processo di democratizzazione dell’Unione europea. Questo, a mio modo di vedere, è un problema che investe i rapporti tra tutto il Parlamento e il governo, e non tra maggioranza e opposizione.

Come si può ben capire, già qui emergono delle specificazioni della sussidiarietà/proporzionalità che non possono essere ignorate soprattutto quando si parla di riforme istituzionali, di superamento del bicameralismo perfetto, di semplificazione, di trasparenza. L’Istituzione di un “Senato delle autonomie” più proiettato verso la definizione della legislazione europea e il coinvolgimento dei livelli di governo territoriali, come pure una nuova prospettiva amministrativa per la capitale d’Italia, possono essere un fattore essenziale per far prevalere la logica del governo condiviso nell’interesse comune.

Il principio della “democrazia partecipata” introdotto nel Trattato di Lisbona come segno e spia di un malessere democratico europeo non avrebbe senso se rimanessimo fermi a una concezione dell’Unione europea rinchiusa negli ambiti di soli esperti o delle diplomazie.

E’ tempo, allora, di mettere al centro i grandi temi, le sfide; di parlare di futuro, di ripristinare idealità. Il processo d’integrazione europea, che esprime proprio questo misto d’interessi immediati e d’idealità, per tradursi nella quotidianità dell’azione politica ha bisogno di consapevolezza, cooperazione e integrazione vissuta e praticata tra i partiti e con le cittadine e i cittadini europei.

La sfida oggi è riuscire a incorporare la diffusa domanda di “più comunità” all’interno di un progetto europeo di modernizzazione da parte di tutte le forze europeiste. D’altronde l’Italia non è l’unico Paese europeo a registrare questo cambiamento di umore. Da anni assistiamo a un ripiegamento localistico, prima come contraccolpo alla globalizzazione, poi alla crisi e al sorgere del terrorismo. Quasi ovunque si sono affermati movimenti e ideologie d’ispirazione etno-populistiche, con forti elementi xenofobi e protezionistici.

Però nonostante i limiti e le distorsioni è ancora prevalente nelle popolazioni europee la consapevolezza che non esiste una alternativa credibile all’unità nazionale ed europea. Tutto ciò deve spingerci a riconoscere l’esistenza di una debolezza dell’iniziativa politica nei luoghi e nelle sedi sovranazionali dove ormai si compiono le scelte propriamente politiche.

E’ a questo livello che ormai si toccano, aspetti fondamentali della convivenza, come la coesione, l’equità dello sviluppo e i diritti fondamentali della persona, che fanno parte di un patto di cittadinanza che lega ogni singolo cittadino allo Stato nazionale ma sempre di più anche all’Unione europea. Ed è quindi a questo livello che si deve definire un nuovo patto di cittadinanza che attenga ai valori, cioè all’uomo e alla donna, con la loro dignità e i loro diritti e doveri inalienabili.

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