CIVISMO E PARTECIPAZIONE

Partiti e partecipazione. La sfida di una nuova connessione sentimentale

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Parlare di crisi dei partiti politici, oggi, non rappresenta certo più una notizia. Ma la consapevolezza della loro funzione indispensabile per una Democrazia che possa dirsi tale deve spingerci a riflettere su una domanda diversa. Come possiamo riformali e renderli nuovamente soggetti utili alla rappresentanza? E -questione ancora più importante- come possiamo farlo oggi, in questo nuovo secolo così diverso -per strutture, tecnologie, rapporti sociali- dal precedente?

La questione è dirimente, in particolare nel nostro paese. Perché se è vero che, in un sistema parlamentare, i partiti sono i principali soggetti organizzatori della democrazia rappresentativa, allora è pacifico affermare che una democrazia con un sistema dei partiti che funziona male funziona male a sua volta.

Per provare a definire meglio la nostra domanda occorrono due premesse. La prima riguarda la crisi dei partiti come attori politici con riferimento al concetto di “crisi” nella sua accezione di trasformazione. La seconda è rappresentata dal quadro di contesto generale sintetizzabile in una sempre più diffusa e profonda messa in discussione degli strumenti tradizionali della rappresentanza.

Non è questa la sede per entrare nel dettaglio di questi due aspetti. Ci basta ricordare come le trasformazioni più rilevanti subite dai partiti sono sintetizzabili in due tendenze principali. In primo luogo il dimagrimento delle strutture interne basate sulla militanza, a favore delle risorse esterne basate sulla comunicazione e sulla propaganda. Sotto questo aspetto, l’utilizzo sempre più marcato delle risorse delle leadership carismatiche, la progressiva spettacolarizzazione del dibattito politico utilizzando tecniche proprie di quello televisivo o la sempre maggiore rilevanza politica di fatti privati, rappresentano solo alcuni degli effetti tangibili di questa trasformazione.

In secondo luogo si registra la tendenza, soprattutto nei partiti tradizionali, ad un ripiegamento nella gestione del potere istituzionale. Così facendo l’azione di questi soggetti tende a tradursi a una dinamica di cartello finalizzata a tenere fuori dalla competizione nuovi attori che potrebbero presentarsi sulla scena

Gli effetti di questi processi sulla partecipazione politica dei cittadini sono piuttosto evidenti: il sistema dei partiti non è più un sistema autosufficiente. In altre parole è un sistema che, da solo, fatica sempre di più ad intercettare la partecipazione attiva dei cittadini. Questo è tanto più vero per quello che riguarda le giovani generazioni che, sempre meno, si impegnano tra le fila di un partito nelle sue forme tradizionali.

Tuttavia molte attività e pratiche di partecipazione politica oggi viaggiano su binari che i partiti faticano a conoscere, ancora di più a comprendere. Si tratta di pratiche che la stessa definizione di “partecipazione non convenzionale” non riesce bene a spiegare. Molti esempi si possono ritrovare nelle città o nei quartieri: luoghi di prossimità dove le reti sociali sono più solide e meglio definite. Sono pratiche che presentano la tendenza comune ad organizzarsi orizzontalmente intorno ad una causa comune da perseguire, piuttosto che in una struttura gerarchica. In questi contesti i partiti sembrano perdere centralità e funzione complice anche l’indebolimento delle loro ramificazioni territoriali.

Appare a questo punto chiaro come banalizzare il contesto partecipativo etichettandolo come apatico sia un grave errore. La crisi dei partiti non ha prodotto uno scenario apatico. Al contrario, una domanda di partecipazione esiste, ma, in modo sempre più rilevante, tende a porsi lontana dall’attivismo tradizionale.

Connettere questi due mondi rappresenta una sfida decisiva se vogliamo affrontare con serietà un dibattito serio sui partiti nel nuovo secolo. Per farlo, come ci ricorda Sorice «non c’è bisogno di delegittimare ulteriormente i corpi intermedi ma, al contrario, serve farli crescere e renderli forti, ovviamente non più come semplici “intermediari” di una relazione verticale fra governanti e governati, ma cornici entro cui si attuano processi orizzontali di scambio e partecipazione democratica».

Serve dunque un ribaltamento della prospettiva culturale all’interno della quale può essere la comunicazione a giocare un ruolo decisivo nell’attivazione di quella che Gramsci definiva come connessione sentimentale dell’intellettuale con il popolo. In questo caso non si tratterebbe -solo- dell’intellettuale collettivo gramsciano, ovvero il partito, bensì di una prospettiva più generale di collegamento fattivo tra teoria e prassi dell’azione, ovvero un «processo organico capace di collegare la dimensione spontanea dell’impegno politico con la logica progettuale della direzione d’indirizzo» (ivi.).

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