CIVISMO E PARTECIPAZIONE

Quando le leggi per gli immigrati si applicano e per gli amici si eludono.

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In politica non sono solo i grandi gesti a cambiare le cose. Anche quelle che possono apparire piccoli e isolati contribuiscono a cambiare la sostanza e la forma dello Stato di diritto. Guardando alla vicenda di Riace e al caso dei bambini figli d’immigrati esclusi dalla mensa in una scuola di Lodi, appare evidente il conflitto aperto tra discriminazioni e diritti umani, tra norma e giustizia, tra legalità e solidarietà. In questo senso fatta ovviamente la debita distinzione con il procedimento della magistratura per irregolarità nella gestione dei fondi sull’accoglienza e integrazione degli immigrati a carico del Sindaco di Riace, vale la pena soffermarsi più attentamente sull’aspetto politico e istituzionale che la vicenda pone.

Il punto, infatti, su cui mi preme guardare è quello della attuale competenza in materia d’accoglienza/integrazione attribuite dalla Costituzione e dalle leggi dello Stato alle Regioni e ai Comuni. E’ un grande tema che sembra essere scomparso dal dibattito, ma che invece mette in luce gli elementi di contraddittorietà tra l’utilizzo prettamente ideologico della macchina statale e quello che l’ordinamento, con i suoi pesi e contrappesi, prevede realmente.

A questo fine va detto subito che a differenza delle politiche di controllo e di gestione dei flussi, che sono nelle specifiche competenze del governo nazionale, l’accoglienza/integrazione sono invece lasciate alle Regioni e agli Enti locali.

Le prime disposizioni in tal senso sono introdotte alla fine degli anni Novanta con la legge Turco-Napolitano (Legge 40/1998) che riconosce specifiche competenze alle Regioni e agli Enti locali in materia d’implementazione delle politiche prevedendo anche l’attribuzione di risorse economiche apposite.

La riforma costituzionale del 2001 (vale a dire l’introduzione del Titolo V nella Carta costituzionale), ha rafforzato questo quadro organizzativo dello Stato portando la competenza esclusiva a capo delle Regioni e degli Enti locali. Su tale base le Regioni e gli Enti locali hanno la facoltà di decidere se e come formulare interventi per gli immigrati sul proprio territotio e decidere anche sulle risorse da destinare.

L’adozione successiva della legge Bossi-Fini (Legge189/2002) che ha introdotto misure più restrittive attraverso il reato d’ingresso e soggiorno illegale, non modifica l’impianto vigente; anzi possiamo dire che ne rafforza il valore se guardiamo in particolare ai tagli finanziari apportati allo specifico fondo nazionale previsto nel bilancio dello Stato. In questo quadro le politiche sull’accoglienza/integrazione decise e implementate dai governi subnazionali sono da una parte collegate alle più ampie politiche sociali e all’efficienza degli apparati amministrativi locali e dall’altra dalla disponibilità di fondi nazionali ed europei da destinare a interventi specifici.

La stessa cosa si può dire del successivo Pacchetto sicurezza (Legge 94/2009) varato dal Governo Berlusconi. Un provvedimento che ancora una volta non cambia le prerogative delle competenze sulla politica di accoglienza e integrazione, ma che più di tutto punta al controllo e alla selezione dei nuovi arrivati sulla base della loro disponibilità a integrarsi, imparando la lingua e aderendo ai nostri valori civici fondamentali.

Anche nel recente decreto Salvini su immigrazione e sicurezza, in discussione al Senato della Repubblica, non vi è nessun cenno alla questione competenza in materia di accoglienza/integrazione.

Piaccia o no, quindi, le Regioni e gli Enti locali rimangono i veri decisori in materia di politiche di accoglienza/integrazione. Una competenza che Lega e Cinquestelle hanno mantenuto anche con il loro No al referendum sulle riforme costituzionali.

Eppure è proprio quest’architettura che nella loro attuale funzione di governo del paese mirano a scomporre in modo autoritario e in un’ottica di parte.

Per una tale operazione politica si utilizza il metodo dei due pesi e due misure nei confronti delle Regioni e dei Comuni. Il Ministro agli Affari interni, con il silenzio assenso dei Cinquestelle, sfidando le regole della democrazia si dimostra acconsenziente con gli amministratori locali che sostengono la sua visione politica e intollerante con quelli che la pensano diversamente da lui. Parafrasando una celebre frase di Giovanni Giolitti questo governo pensa che “per gli immigrati le leggi si applicano, per gli italiani s’interpretano e per gli amici si eludono”.

Chi scrive è convinta che le irregolarità e le violazioni delle regole vanno combattute da chiunque esse sono commesse. A sua volta però chi svolge funzioni di governo ha la responsabilità di non utilizzarle per scopi propri e con l’evidente obiettivo di creare allarmismi nocivi per la pacifica convivenza.

Nei sistemi democratici le politiche pubbliche, e in particolare quelle sull’accoglienza e l’integrazione, necessitano adattamenti, apprendimenti e continui aggiustamenti organizzativi. E quindi se questo governo vuole “centralizzare” la politica dell’integrazione, lo dica chiaramente; presenti una sua proposta in Parlamento e la smetta con il gioco dello svuotamento valoriale della nostra Costituzione. E’ questo un gioco troppo pericoloso per la democrazia e la coesione nazionale, perché sottrae dalla cura pubblica ambi spazi di vita civile.

La democrazia non è la presa del potere di una parte sull’altra; questa si chiama dittatura. La democrazia è arte delle combinazioni e di costanti affinamenti e proprio per questo è fatta anche di limiti da non travalicare per la politica e l’amministrazione: primi fra tutti il rispetto della dignità umana e delle libertà individuali senza distinzione di nazionalità, sesso e religione.

884accessi

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