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“L’Italia era il paese dei miei sogni”, dichiara un anziano cileno, ormai cittadino italiano da quando nel 1973 ci approdò esule dopo il golpe militare di Pinochet, “Girando oggi per il paese, invece, ritrovo i peggiori difetti del Cile.” conclude, mentre la macchina da presa va sempre più vicina al suo volto che finisce per occupare l’intero schermo con le sue rughe, il suo sorriso invecchiato, lo sguardo lucido di una emozione che, a distanza di tanti anni, è restata intatta. Si chiude su questa faccia “Santiago-Italia”, il film che Nanni Moretti ha girato in Cile sul golpe militare che portò al potere Pinochet, utilizzando documenti d’epoca, spezzoni di TG, interviste a chi lo ha personalmente vissuto: registi e letterati, professori e sindacalisti, operai e donne comuni. Un grande spazio occupa l’accoglienza che l’ambasciata italiana a Santiago, unica insieme a quella svedese, offrì a centinaia di perseguitati cileni: bastava saltare il muro di cinta e, oplà, dentro l’edificio avrebbero trovato rifugio, sicurezza, un materasso, un pasto caldo e tanta solidarietà. Furono questi i cileni imbarcati su aerei e fatti approdare in Italia per sfuggire alla persecuzione: da noi ottennero un lavoro, soprattutto in quella zona che va dalla Lombardia all’Emilia, allora rossa come non lo è più, ma anche calore umano, simpatia, appoggi, tanto che molti sono rimasti, si sono sposati e qua da noi hanno cresciuto i figli. Ed è questo finale la parte che suscita in noi un sentimento struggente di nostalgia.

Il fatto è che negli anni settanta l’America Latina, dopo la rivoluzione castrista, era al centro dell’interesse mondiale perchè si pensava che da là sarebbe partito un mutamento globale nuovo. Lo avvertivano tutti. L’Italia, il paese del blocco occidentale con il più forte partito comunista, si avviva al compromesso storico di Moro e Belinguer, ben attenta, però, a non praticare una politica da <Spaghetti in salsa cilena>. All’università di Roma il corso di geografia in quegli anni era dedicato all’America latina, con un occhio speciale, anno dopo anno, a uno dei suoi molti paesi. La chiesa cattolica, uscita dal Concilio, guardava con interesse misto a sospetto alla “Teoria della liberazione” praticata da molti sacerdoti latino-americani nella speranza di mettere insieme la parola del Vangelo di Cristo e quella del Capitale di Marx. Antropologia e storia erano attente e interessate ai costumi degli indio amazzonici come alla rivolta messicana di Pancho Villa. Il mio primo lavoro, io stessa, l’ho trovato in una agenzia di stampa chiamata Interpress, nata dagli accordi tra il democristiano Fanfani e il democristiano Frei, che si occupava di rinsaldare i rapporti tra l’Italia e la America latina. Quello che succedeva là ci riguardava da vicino come oggi sembra riguardarci da vicino solo ciò che accade negli Stati Uniti e un pò nella Cina. Del resto del mondo sappiamo poco o niente. E noi siamo cambiati.

Che ci è successo? Come abbiamo fatto a diventare così diversi da allora? Perchè accettiamo un decreto sicurezza come è quello voluto da Salvini che butta in mezzo alla strada decine e decine di emigranti cui viene negato ogni diritto? Vero, usciamo da un lungo periodo di crisi economica e se si hanno meno soldi forse si è meno generosi. Prima Craxi e poi Berlusconi ci hanno invitato a illuderci che l’edonismo offre un piacere immediato, più intenso della solidarietà. La sinistra, o quel che resta della sinistra, non ha saputo o voluto fornire risposte adeguate a questa migrazione scomposta dai paesi poveri verso quelli più ricchi. E l’Europa ha chiuso in un ostinato diniego le sue frontiere. Soprattutto, però, di chi arriva da lontano sappiamo poco o niente. E non ci interessa conoscere né i paesi africani da cui si fugge, né quelli asiatici sconquassati da inutili guerre. Senza conoscenza, però, non c’è affratellamento. Ma l’Italia resta pur sempre un paese con un volontariato diffusissimo, cattolico e laico, dove numerosi sono quelli che si impegnano per gli altri senza chiedere un tornaconto economico. E allora? Che almeno loro si facciano sentire. L’intelligenza di Nanni Moretti sta qua. Niente prediche nel film: fatti. E sono i fatti nostri, quelli che racconta nel suo documentario dall’eloquente titolo “Santiago-Italia”, dove l’Italia ha la stessa rilevanza di Santiago, quelli che stringono un nodo alla gola, in un dolore per il come eravamo che non trova sufficienti giustificazioni.