Civismo e Partecipazione

Sul movimento di protesta di Hong Kong: dal comunismo alla democrazia?

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Sembra oramai di esserci “stabilizzati”, perlomeno nelle realtà “occidentalizzate” del mondo, a livelli di cosiddetta crescita economica stagnazionistica. Tutto ciò si interconnette con dinamiche di accelerazioni tecnologiche digitalizzate impressionanti. Quindi siamo collocati nella ‘maturità’ dello sviluppo, non in una fase di penuria ciclica. Siamo in una lunga fase di trapasso e di ricerca, difficile, di un nuovo modello di sviluppo su scala globale che ha bisogno di tempo, di processi plurali di tentativi ed errori per combinare megatrend, come le classiche tecnologie figlie della crescita industriale, le nuove energie verdi e le intraviste formidabili energie atomiche pulite civili dei processi futuri di fusione atomica.

Facile a dirsi, difficilissimo a realizzarsi. Tutto ciò ha creato situazioni di “anomia del futuro” e di precarietà nei plurali mercati dei lavori mai visti prima. A meno che non si risalga a quegli straordinari ”manoscritti” marxiani economico-filosofici in cui apparivano “preveggenze”di come SAREBBE STATA l’economia (dunque la società) DURANTE la “matura” fase comunistica. Un’economia, intuiva l’”orso” di Treviri (come si autodefiniva lo stesso Marx), automatizzata dove la politica non c’era più, perché gradualmente dissoltasi data”l’inevitabile” vittoria mondiale proletaria, perché l’impressionante crescita delle forze produttive ci avrebbe, a noi umani, fatto transitare nel “regno”delle libertà, senza limiti individuali.

Questo vero e proprio scenario da”fantascienza” data verso la fine dell’Ottocento ed oggi ne intravvediamo i lineamenti concreti. Solo che non c’è assolutamente nessun proletariato vincente e che il protagonista di questo ‘otium’ è il capitale globalizzato in compagnia d’ immensi spazi geopolitici a regimi dittatoriali. Questi alcuni tratti sistemici di “miseria culturale” effetto di quello che i ricercatori sociali denotano paradossalmente come “comunismo del capitale”, i cui geniali processi strutturali mostrano l’apparire di quello che potremmo chiamare”cervello sociale”collettivo. Intendendo collettivo non senza proprietà ,ma sistemi di reti informatizzate su scala internazionale.

Le metropoli gigantesche, come Hong-kong, sono proprio la materiale concretizzazione di quello che, nei punti alti dei processi di socializzazione capitalistica, sta avvenendo a sua volta producendo “stadi critici”nelle fasce sociali, come i movimenti studenteschi, che più avvertono le distorsioni sociali di crescita di sfruttamento, di precarietà sempre più diffusa, di pericoli per le libertà democratiche come ad Hong-Kong. Così un fiammifero acceso gettato nella prateria, come diceva il presidente Mao, avrebbe potuto incendiarla tutta. Fuor di metafora: estendersi in tutta la Cina un ampio movimento di critica e protesta democratica. Puntare alle ampie aree sociali ancora industrializzate, dove ancora sono presenti composizioni sociali di giovani operai numerose quantitativamente, poi ancora nella stessa Pechino. Senza, però, quella carica distruttiva che ebbero i movimenti giovanili della rivoluzione culturale del “ ’68 cinese”, con richieste che potrebbero, certamente, rimettere in discussione, gradualmente, l’ipotesi attuale del ceto politico comunista della “società armoniosa”.

Ipotesi indubbiamente necessaria in questi vent’anni precedenti di ricostruzione e forte crescita economica della società socialista cinese, ma che lo stesso sviluppo delle forze produttive ”socialiste” necessita di una riflessione profonda sulla validità della “dittatura di tutto il popolo” e sulla possibilità di reggere una dinamica ”comunistica” e democratica come oramai si sta affermando in tutta la stessa Cina. Certamente il presidente Xi Jinping e tutto il suo gruppo dirigente vissero o sono gli eredi dei “perseguitati” della rivoluzione culturale maoista degli anni ’60.

Essi ne temono, comprensibilmente, gli effetti di estrema violenza, settarismo ed inutili punizioni che da quei processi sociali scaturirono in modo tragico. Processi nullistici. Anche, però processi di ricerca, a certi livelli, di egualitarismo nobile e diffusione di critica necessaria, di apertura in quegli anni verso i contadini poveri ed al lavoro manuale non più dannazione solo per i “servi”.

Hong-Kong, il suo eccezionale movimento di protesta democratica, come forma compiuta e visibile del “comunismo” come fase intermedia (e non finale) della crescita socioeconomica di vasti, vastissimi, spazi geoeconomici che, ad un certo livello di sviluppo, necessitano di pluralismi, di pluripartitismi, di differenziazioni funzionali che non possono, oggettivamente, essere governabili anche da dittature “illuminate”e progressive come quella attuale dei comunisti cinesi. Il giovane leader Joshua Wong ed i suoi amici hanno espresso tutto questo con le loro mobilitazioni di milioni di persone di innumerevoli strati sociali i più avanzati tecnologicamente della metropoli libera cinese. Non c’è mai la “fine”della storia sociale, ma ancora e poi ancora la lunga e complicata strada della rivoluzione NELLA democrazia. La democrazia spinta fino in fondo, come strategia antinullista, positiva e con la persona in relazione con le complesse comunità sociali metropolitane accoglienti le innumerevoli differenze umane ed etniche che lo stesso “cervello sociale”ha prodotto.

 

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