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Tra soffiate e smentite qualcuno (i poteri forti?) mette in giro l’ipotesi che Fabio Fazio venga sloggiato da Rai1 e rispedito, ben che vada su Rai3. La motivazione –che parrebbe giallo verde- si basa sul costo del programma e sulla carestia di ascolti. Insomma –questo è il capo d’accusa- quelli di prima, spostando Che Tempo che fa da Rai Tre a Rai1 sarebbero stati negligenti amministratori (riguardo al compenso) e improvvidi palinsestari, riguardo alla collocazione editoriale sull’ammiraglia, anziché sulla “buona vecchia Terza Rete”, amata dalle élites, ma estranea ai gusti del popolo.

A onore del vero i dati di ascolto suggerirebbero l’opposto. Soffermandoci sulle sei settimane da novembre a metà dicembre, due anni fa nel 2016 Rai 1 la domenica nell’orario attualmente occupato da Fazio, raccoglieva il 14,2% della platea tv (il cosiddetto share). Nel 2017, con Fazio si è registrato un leggero incremento (14,4%) e nel 2018, tanto per imbarazzare il partito del trasloco, si è verificato lo scatto al 15,6%.

Ma, potrebbe domandarsi qualcuno, non sarà che la Rai nell’insieme ci ha rimesso perché sradicando Fazio da Rai3 questa è crollata più di quanto Rai1 abbia guadagnato? Parrebbe di no, perché nel bilancio di quelle ore in quelle settimane d’autunno, Rai1 è passata dal 16,4% al 19,4% aumentando di tre punti mentre Rai3 è calata sì, ma solo di mezzo punto, dal 7% al 6,5%.

Chiarite le cifre dell’ascolto e lasciando agli amministratori della Rai di valutare la congruità dei compensi, non c’è dubbio che un editore, anche se pubblico, ha tutto il diritto di spostare, cancellare, inaugurare quel che vuole. Noi non ci siamo mai entusiasmati per i movimenti di popolo evocati dagli affittuari di questa o quella zona di palinsesto per spalleggiare la loro permanenza in onda e il loro patrimonio di visibilità. Ci è sempre parso infatti che queste micro sommosse con indosso gilet d’occasione (dal “pluralismo” alla “cultura) siano state un contributo alla destrutturazione delle istituzioni e un alibi alla pavidità dei pubblici amministratori.

Anche e specialmente quando veniva tirato in campo l’argomento che le trasmissioni più costose sarebbero autofinanziate dai ricavi pubblicitari che esse stesse generano. Come se i medesimi ricavi non accorrerebbero in egual misura per un programma sostitutivo, a patto di poter contare su un’audience egualmente vasta.

Detto questo, per non confonderci con le cose che direbbero (che stanno già dicendo) alcuni oppositori d’ufficio, ci pare chiaro che un editore pubblico, se fa una scelta, deve anche avere gli argomenti per sostenerla pubblicamente. E in pubblico non varrebbero, perché non narrabili, le nevrosi del potente di turno o le voglie del produttore che il suo turno lo vorrebbe a scapito dell’analogo sotto minaccia. Come spesso è successo in Rai “prima”. Ma allora eravamo nell’era della connivenza (nel Duopolio), mica in quella, tutta nuova, della trasparenza. Perbacco!

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