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Il New York Times di oggi mette in grande evidenza una inchiesta extra large (18 capitoli) sull’impero mediatico di Murdoch. Chi apprezza i racconti dinastici e le rivalità in famiglia (attizzate da Murdoch stesso per tenere alla briglia i figli) trova pane per i suoi denti.
Chi vuol capire le logiche che muovono le imprese multi mediatiche trova un intero pranzo e, al momento della digestione, capisce che l’impresa multimediale, altro che quarto potere, è consustanziale a qualsiasi altro potere che le possa spianare la strada. Che si tratti di chiudere gli occhi sulle norme antitrust (i ministri australiani negli anni ’70), di abolire lacciuoli, a partire dall’obbligo di imparzialità da parte di chi usa le frequenze di trasmissione (Reagan e successori) o di reggere il sacco per diffondere sul Regno Unito fregando chi era arrivato prima (Thatcher). Insomma, non diventi un Mogul dell’etere se non sei spalleggiato da chi amministra questo o quel Paese. E il bello è che ha ragione Murdoch ad affermare “I never asked a prime minister for anything” (non ho mai chiesto niente a un Primo Ministro). Perché in effetti il vero Mogul multimediale è come l’uomo che non deve chiedere al Re, essendo ben più efficacemente il king maker di questo o quel pretendente alle cariche pubbliche. Rispetto, si badi bene, ai concorrenti della sua stessa parte.
Con Trump, contro gli sfiancati moderati del vecchio Partito Repubblicano, gli è riuscito alla grande anche se dopo un’iniziale esitazione. A un apposito incontro fra le due famiglie, a inizio 2016, gli era parso, con espressione da lui smentita, abbastanza idiota, nonostante ne riconoscesse l’efficacia come conduttore televisivo. Ma ben presto concluse che quel “nonostante” era di troppo. Altrove gli era già riuscito in vari paesi dell’anglosfera. E naturalmente cerca di evitare i bocconi troppo grosso sminuzzandoli alla propria misura, tanto da dirsi, , a favore della Brexit perché “Quando vado a Downing Street fanno quel che gli dico, mentre a Bruxelles neanche ne prendono nota” (ma ha smentito di avere mai pronunciato questa espressione).
E qui, se qualcuno si domanda perché il gemellaggio del Mogul sia proprio con la Destra non liberale, noi azzardiamo una risposta: 1) un Mogul è generalmente un miliardario; 2) la Destra attuale convive tranquillamente con l’idea che comunicare sia un business opportunista, che coltiva target, cavalca tsunami, li usa entrambi, ma non ne crea alcuno. In questo simile a una qualunque, salviniana o casaliniana, Bestia acchiappa like.
E se qualcun altro si chiede se analoga simbiosi potrebbe nascere anche sul versante politico opposto, noi rispondiamo che i Mogul aiutano il vincitore nel mondo di oggi e non chi si affanna su mondi a venire. Per questo loro sono Mogul. Quindi conviene non farci conto.

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