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Il rapimento in Kenya di Silvia Romano, abbiamo appreso da un accorato servizio del TG3 di ieri sera e ritrovato in un articolone di PG Battista sul Corriere di stamane, ha dato la stura a fessacchiotti del web che anziché solidarizzare cavalcano il “te la sei cercata”.

Quanti saranno stati questi bastardi dentro? Alcune centinaia, Forse alcune migliaia. Cioè quattro gatti, certo non più numerosi di quelli che al bar o in treno da sempre proclamano e condividono analoghi salvinistici borborigmi.

Insomma, l’uomo non ha morso il cane e mentre la notizia del rapimento c’era, quella delle reazioni insofferenti alla indocilità della ragazza è stata sostanzialmente inventata. Perché si tratta di comportamenti notoriamente e da sempre presenti nel corpo sociale.

A ben pensare, l’invenzione riguarda la legittimazione della fonte, i social, considerato come luogo in cui “accadono cose” di per sé notiziabili (e commentabili, giudicabili) né più né meno degli scontri in Siria, degli sbarchi a Lampedusa, di un tweet del Presidente USA.

In buona sostanza, la televisione e la stampa non agiscono “sui” social, ma se ne fanno agire e ne è chiaro il perché: la fame di titoli deve essere comunque soddisfatta e, non avendo (perché i ricavi pubblicitari li risucchiano Publitalia, Google, Facebook), le risorse per scovare le notizie vere, riciclano paranotizie.

Le conseguenze non sono di poco conto. Tv e stampa infatti, nonostante la crisi che le attanaglia sono comunque il palcoscenico dove la realtà viene messa in scena agli occhi dei tutti. Uno scambio di like e condivisioni fra gli odiatori di Silvia è di per sé trascurabile, come una conversazione da treno. Ma se quel sussurro irrompe nella catena che va dal titolo del giornale alla scaletta del talk show, impone allora un ordine al mondo della comunicazione e alle ansie di chi la subisce.

Il processo appare tanto irreversibile quanto insopportabile. Il risultato è la scomparsa della capacità di informare e la cancellazione del corrispondente diritto ad essere informati.

Negli USA il New York Times, si sta praticando l’antidoto al malanno, avendo scelto, finché era ancora un’azienda solida, di aumentare moltissimo il “peso” dei singoli articoli che infatti, altro che noterelle ad ogni voce dal web carpita, sono densissimi di dati, riflessioni testimonianze. Frutto di lavoro giornalistico vero e ben pagato. E di un’azienda dotata di gambe robuste. Il tutto, ovviamente, a beneficio dell’internazionale delle élites che leggono l’inglese e pagano l’abbonamento on line.

Mentre le fragili zampette dei media italiani paiono impari alla sfida, nonostante la leggerezza delle teste che debbono sorreggere. Compreso il vuoto testone del servizio “pubblico” o, come s’usa ormai dire, del popolo.

L'Italia Che Verrà

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