Diario di Bordo

Assonanze. Dissonanze. La manovra più bella del mondo cambia, il deficit scende dal 2,4 al 2,04 per cento.

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Sono stata per molti anni dirigente del Ministero dell’Economia e delle Finanze responsabile del quadro macroeconomico e coordinamento dei documenti programmatici. Ebbene, mai le previsioni delle grandezze reali e di finanza pubblica vengono espresse nei documenti ufficiali in cifre a due decimali. E anche a livello delle previsioni prodotte dalle maggiori organizzazioni internazionali OCSE e FMI i valori indicati si fermano sempre al primo decimale. Per tener conto del secondo decimale si effettuano automaticamente gli “arrotondamenti” del primo che possono essere al ribasso o al rialzo. Nel nostro caso, il deficit al 2,4 può sottintendere un 2,35 ma anche un 2,44; un 2,45 invece verrebbe arrotondato a 2,5, un 2,34 al 2,3….e così via. Così un deficit al 2,04 significa 2,0 e non 2,1 (in sostanza, un decimo in più dell’1,9 che il Ministro Tria aveva presentato a settembre nella prima versione della manovra).

Un governo che disprezzava fino a pochi giorni fa i “numerini” sembra adesso giocare con l’intelligenza (e la conoscenza della matematica) degli italiani provando con disinvoltura a far credere che 2,4 e 2,04 siano la stessa cosa… sempre un 4 dopo la virgola, non importa ci sia uno zero davanti…il suono è simile

Ma in valore assoluto si tratta di 6,6 miliardi in meno.

Jean-Claude Junker e Giuseppe Conte

La sostanza è quindi che il governo è stato costretto a prendere atto della realtà: isolamento in Europa, procedura d’infrazione in arrivo, spread sopra i 300 punti, rischio recessione. Ecco, allora la corsa alla trattativa con la Commissione e la marcia indietro. Un passo obbligato ma comunque da accogliere positivamente, che infatti è stato salutato dai mercati con un calo seppur limitato dello spread.

La confusione tuttavia è ancora elevata: la manovra approvata solo pochi giorni fa in via definitiva dalla Camera sarà totalmente rivista al Senato per tener conto delle correzioni concordate con Bruxelles. Ma quali sono queste correzioni?

Da fonti non ufficiali si apprende che la nuova proposta presentata dal governo prevede maggiori tagli di spesa e dismissioni di immobili pubblici per 3 miliardi e minori spese su reddito di cittadinanza e pensioni quota 100 per 3,6 miliardi.

La Commissione apprezza e dichiara che ci sono stati progressi ma non è ancora soddisfatta in quanto il nodo centrale (che ha spinto verso la bocciatura del bilancio italiano) resta la dimensione del deficit strutturale che per rispettare le regole europee dovrebbe scendere nel 2019 rispetto al 2018. E questo dato non sembra ancora certo.

Così, la trattativa va avanti per cercare di arrivare a una mediazione in grado di liberare l’Italia dal rischio della procedura di infrazione.

Nel frattempo i nostri governanti, da un lato si affannano a rassicurare i propri elettori (contro ogni evidenza affermano che gli interventi per il reddito di cittadinanza e le pensioni non saranno toccati perché il previsto minor costo di 3,6 miliardi discende non da tagli ma da precedenti sovrastime…), dall’altro sembrano quasi evocare possibili reazioni alla “gilet gialli” nel caso la Commissione rimanesse “sorda” alla volontà del popolo italiano sintetizzata nella manovra e invece fosse più indulgente con una Francia costretta dagli eventi di piazza a varare misure tali da portare il deficit sul (o poco oltre) il limite del 3 per cento.

D’altra parte, l’economia europea sembra più debole del previsto, la Germania rallenta, la Brexit e le incertezze che ne derivano rappresentano un duro colpo per tutti, soprattutto per gli inglesi. Anche il contesto internazionale caratterizzato dalla sfida USA-Cina offre rischi di arretramento sull’espansione del commercio. Unica consolazione è la discesa dei prezzi del petrolio che riduce i costi delle importazioni di energia.

In questo quadro l’economia italiana mostra continui segni di rallentamento e stagnazione. Se anche il Pil del quarto trimestre dovesse risultare negativo come quello del terzo, saremmo tecnicamente in recessione. L’obiettivo di una crescita del Pil all’1,5 per cento nel 2019 che “regge” tutte le coerenze del quadro macro e dei saldi di finanza pubblica sembra sempre più lontano.

Al tempo perso nell’affrontare i veri problemi del paese, ad esempio con un forte impegno sulle infrastrutture, agli effetti deleteri (sulla fiducia e sui risparmi degli italiani, sugli oneri per interessi e conti delle banche, sul costo dei finanziamenti a imprese e privati) di una manovra giudicata sbagliata da tutti ma proprio tutti gli osservatori esterni (non solo la Commissione europea) che solo di nome favorisce la crescita, alla scarsa trasparenza già rilevata su modalità e tempi di erogazione delle due principali misure previste, si aggiungono ora le ulteriori incertezze legate agli aggiustamenti necessari a far scendere il deficit al 2,04 per cento.

Sono in ansia i potenziali beneficiari del reddito di cittadinanza perché temono il sorgere di di nuovi ostacoli: rinvii, limitazioni temporali, condizioni più stringenti…Sono in ansia i potenziali beneficiari di quota 100 per lo stesso motivo. Ma diciamo la verità! Sono in ansia anche i lavoratori che vedono calare le opportunità di impiego, sono in ansia le imprese grandi e piccole che misurano le incertezze e contraddizioni delle scelte governative su investimenti, grandi opere e sgravi fiscali, sono in ansia i risparmiatori che vedono restringersi il valore del proprio patrimonio piccolo o grande che sia. Come è noto, le incertezze e la sfiducia sono un pericolo mortale per l’economia.

Non basta ricercare “raffinate” assonanze nei numeri quando ci sono così tante dissonanze nella realtà del paese.

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