Diario di Bordo

Diario di Bordo della Manovra: Bomba ad orologeria

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DIARIO DI BORDO DEL 27 DICEMBRE

BOMBA AD OROLOGERIA

Nella notte tra il 22 e il 23 dicembre il Senato, con un voto di fiducia dato praticamente alla cieca vista l’impossibilità di leggere e studiare in meno di un’ora il maxiemendamento presentato dal Governo, ha approvato la manovra del popolo. Dopo Natale e prima del 31 dicembre, per scongiurare l’esercizio provvisorio, toccherà alla Camera dare il proprio assenso, ovviamente su un testo blindato.

Non ci sono parole abbastanza severe per descrivere il carattere parossistico assunto dall’iter della manovra e giudicare il mancato rispetto delle prerogative parlamentari. Un vulnus alle garanzie poste dalla Costituzione al funzionamento delle istituzioni democratiche.

Viceversa, sui contenuti della manovra, che recepiscono le correzioni dei saldi di bilancio e le condizioni fissate nell’accordo tra il Governo italiano e Bruxelles al fine di evitare l’avvio immediato della procedura d’infrazione (il deficit scende dal 2,4 al 2 per cento – 2,04 – e la crescita del Pil dall’1,5 all’1 per cento), le parole severe si affollano, si moltiplicano man mano che emergono i dettagli delle misure rendendo bene il senso profondo della politica economica gialloverde: confusione e improvvisazione.

D’altra parte, come poteva la manovra esprimere un indirizzo unitario di policy, una combinazione di interventi coerenti e mirati a obiettivi comuni, quando di fatto le misure sono volte a beneficiare gli elettori di due opposti schieramenti che nella campagna del 4 marzo si erano combattuti? Certo, c’è il contratto…ma di fronte alla realtà delle cose, alle difficoltà di mantenere promesse dimostratesi in larga parte irrealizzabili (se non ingannevoli), la competizione fa premio su tutto.

E così abbiamo una manovra a scomparsa, fatta di più tasse e meno equità, meno investimenti e meno crescita, più assistenzialismo e meno occupazione… sacrifici destinati unicamente a sostenere i due moloch che, pur nettamente ridimensionati rispetto alle previsioni iniziali (per circa 4,5 miliardi), qualificano l’azione di governo: reddito di cittadinanza e anticipo pensionistico.

Qualche esempio. Si aumentano le imposte a carico degli enti non profit (perché penalizzare le associazioni del volontariato che rappresentano forse la parte più bella e di speranza del paese?); si sbloccano le imposte addizionali degli enti locali (il Comune di Roma forse non avrà il coraggio di aumentare le attuali aliquote, che sono le più elevate d’Italia, di fronte ai problemi di bilancio, ma altri Comuni lo potrebbero avere…); si bloccano le assunzioni nel pubblico impiego (ma non era previsto dal Governo il ricambio generazionale favorito dai pensionamenti anticipati?); si eliminano gli sgravi per le assunzioni dei giovani nel Mezzogiorno (ma solo con il reddito di cittadinanza si pensa di risolvere i problemi dei giovani meridionali?); si blocca, anche se parzialmente e in forma progressiva, l’indicizzazione delle pensioni oltre i 1500 euro mensili (sono circa 2,2 miliardi in tre anni…Ma i pensionati – per carità, non quelli d’oro che subiscono infatti pesanti tagli del loro reddito – non fanno parte del “popolo”? E la riforma Fornero non doveva essere “abbattuta”? Strano, perché se ne ripete la parte più dolorosa, quella che aveva fatto “piangere” in diretta la stessa Ministra…); si affina il condono fiscale; s’introduce una web tax del 3 per cento per le imprese che vendono on line e una nuova tassa sui giochi; si tagliano pesantemente gli investimenti pubblici (ma non dovevano essere il volano per la crescita?); si aumenta ulteriormente la tassazione sulle imprese, in particolari quelle medio-grandi (ma perché tassare di più la parte produttiva del paese? La flat tax al 15 per cento per le imprese più piccole resta nella manovra, è vero, ma senza avere un impatto significativo); s’introducono ecotasse sulle auto nuove di grossa cilindrata più inquinanti (ma la Panda è considerabile un’auto di lusso? Ma l’industria metalmeccanica italiana non sarà troppo penalizzata da queste misure assunte di punto in bianco e senza lasciare il tempo necessario per un progressivo adeguamento tecnico?) ed ecoincentivi per l’acquisto di auto poco inquinanti (si vuole favorire forse un incremento delle importazioni dal Giappone?); si prevedono nuove dismissioni di immobili per quasi 1 miliardo nel 2019 (ma con il mercato fermo e il clima di sfiducia attuale l’obiettivo sarà realizzabile? Non ci saranno così svendite di beni pubblici?).

E ancora, una miriade di micro-interventi, senza alcun filo conduttore, ad esempio: si rinvia di 15 anni il recepimento della direttiva Bolkestein (un grande favore ad ambulanti e concessionari balneari, un arretramento sulla libera concorrenza nel settore terziario di cui invece il paese avrebbe bisogno); s’introduce una flat tax al 7 per cento per i pensionati che vanno a vivere in un piccolo comune del Mezzogiorno (ma forse è questa l’idea dello sviluppo del Mezzogiorno che ha il Governo?); si trattano i diritti di tassisti e conducenti privati salvo poi stralciarne in extremis alcuni contenuti davanti alle proteste di piazza…

Insomma, la manovra rappresenta l’opposto di quello che servirebbe per rilanciare in modo strutturale la crescita e l’occupazione!

A questa visione “minimale” dei problemi del paese, occorre aggiungere la scarsa trasparenza legata al fatto che i due provvedimenti bandiera non sono dettagliati nel ddl del bilancio, perché rinviati ad un successivo decreto da varare a gennaio. E’ quantomeno paradossale che i fondi stanziati non riflettano una stima già definita delle modalità e dei tempi di attribuzione.

Ma veniamo adesso al punto più delicato dell’accordo con Bruxelles che ha di fatto consentito lo sblocco della manovra.

La Commissione ha posto infatti tre condizioni. 1) Verranno effettuati tre check, ad aprile, luglio e settembre del 2019, per verificare il rispetto degli obiettivi programmatici di finanza pubblica concordati. 2) Viene accantonato per almeno 6 mesi un fondo di spesa dei ministeri per 2 miliardi di euro. Sulla base del monitoraggio di luglio queste risorse potranno essere sbloccate, con delibera del Consiglio dei ministri su proposta del ministro dell’Economia, solo nel caso in cui l’andamento tendenziale dei conti pubblici risulti coerente con gli obiettivi fissati.  3) Vengono rafforzate le clausole di salvaguardia per il 2020 e il 2021. Dalla parziale sterilizzazione delle clausole IVA per il biennio 2020-2021 prevista dalla precedente versione della manovra si passa ora ad un aumento di Iva e accise per 23 miliardi di euro nel 2020 e 28,75 miliardi di euro nel 2021. Senza interventi l’aliquota ridotta del 10 per cento passerebbe al 13 per cento dal 2020 mentre l’aliquota ordinaria oggi al 22 per cento salirebbe nel 2020 al 25,2 per cento e nel 2021 al 26,5 per cento. Viene invece confermata la sterilizzazione “totale” degli aumenti Iva per il 2019.

Si tratta di condizioni pesanti. In particolare, le clausole Iva per gli anni successivi al 2019 servono a compensare le spese per reddito di cittadinanza e quota 100, le cui coperture sono temporanee. Così, la manovra di bilancio per il 2020 dovrà recuperare 23 miliardi solo per sterilizzare l’Iva! Roba da far tremare le vene ai polsi a qualsiasi governo!

A tutto ciò si deve aggiungere il fatto che nelle previsioni governative il rapporto debito/Pil dovrebbe calare già a partire dal 2019 con l’aiuto delle dismissioni di partecipazioni pubbliche stimate in ben 18 miliardi di euro in un solo anno (un’operazione possibile solo con il trasferimento alla Cassa Depositi e Prestiti delle residue quote mantenute dal Tesoro in Eni, Enel, Rai, Poste). E sperando che la crescita nominale del Pil (ovvero Pil reale all’1 per cento più inflazione all’1,2) raggiunga quel 2,2 per cento stimato dal Governo, valore che al momento sembra abbastanza ottimistico.

In conclusione, la manovra, da un lato non fa nulla per elevare la crescita, dall’altro non fa nulla per la stabilità finanziaria. Anzi. Aumentano i rischi di recessione (una recessione “autoinflitta” come più volte abbiamo scritto), aumentano i pericoli per i conti pubblici. Appare chiara la strategia del governo gialloverde: spostare l’onere più in là, pagare con l’indebitamento futuro il reddito di cittadinanza e l’anticipo pensionistico.

E’ come se la manovra avesse piazzato una bomba ad orologeria sotto l’economia italiana, pronta a scoppiare se il ciclo internazionale, il vento dei mercati finanziari, il clima di fiducia, le condizioni geopolitiche, le esogene più diverse…dovessero determinare un cambiamento sfavorevole e brusco delle prospettive.

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