Diario di Bordo

Diario di bordo: L’azzardo

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Diario di bordo | 14 Novembre 2018

Il governo italiano con una lettera a firma del Ministro Tria inviata alla Commissione il 13 novembre ha deciso di mantenere inalterato il quadro della manovra finanziaria per il 2019 senza accogliere alcuno dei rilievi mossi in merito al mancato rispetto delle regole comuni in tema di deficit e debito. Si apre così la strada per l’avvio di una procedura di infrazione a nostro carico. L’auspicato dialogo tra l’Italia e le istituzioni UE rischia di divenire uno scontro molto acceso, con tutte le possibili ricadute economiche e anche politiche in vista delle elezioni europee del prossimo maggio.

1. Non è bastato.

Non è bastato il coro straordinariamente unanime di critiche provenienti dagli organismi tecnici (Banca d’Italia, Istat, Inps, Corte dei conti, UPB) e dai rappresentanti delle organizzazioni di lavoratori, imprese, società civile emerse nel corso delle audizioni parlamentari sul disegno di legge di bilancio. Critiche molto circostanziate e approfondite, riassumibili nel fatto che la manovra peggiora i conti pubblici senza ottenere risultati apprezzabili in termini di crescita e compromette le condizioni di sicurezza e stabilità del paese. Ma anche nel fatto che le due principali misure, ovvero il reddito di cittadinanza e le pensioni a quota 100, non siano ancora delineate nei dettagli, lasciando così ampi margini di incertezza sulla loro reale efficacia. Ad esempio, secondo stime UPB, chi optasse per quota 100 subirebbe una riduzione della pensione lorda rispetto a quella corrispondente alla prima uscita utile con il regime attuale da circa il 5 per cento in caso di anticipo solo di un anno a oltre il 30 per cento se l’anticipo è di oltre 4 anni. Altri dubbi degli esperti riguardano il reddito di cittadinanza. Tenuto conto dei redditi percepiti in media dai giovani under 30 (910 euro al mese al Nord, 820 per i non laureati, e 740 al Sud, 700 senza titolo universitario), introdurre un reddito garantito a 780 rischia di creare uno spiazzamento, indebolendo la voglia di lavorare tra i più giovani. Oltre al rischio di spingere il lavoro nero.

Non sono bastati il monito del Fondo monetario internazionale all’Italia su crescita, pensioni, spread, debito e rischio recessione, e il segnale di allarme delle agenzie di rating su possibili ulteriori declassamenti dei nostri titoli.

Non è bastato che il Pil nel terzo trimestre 2018 sia rimasto fermo (dopo una tendenza positiva registrata da tre anni consecutivi), che gli indicatori congiunturali per il quarto trimestre siano negativi e che, di conseguenza, risulti compromesso il conseguimento dell’obiettivo di crescita posto dal governo per il 2019 già inizialmente considerato molto ambizioso da tutti i previsori più accreditati.

Non è bastato il forte richiamo di Draghi ad una maggiore responsabilità nella gestione della finanza pubblica e del debito, a prescindere dal rispetto delle regole comuni europee.

Non è bastato che le forti tensioni di questi mesi con la Commissione europea abbiano comportato un clima di incertezza con riflessi sul livello dei tassi d’interesse dei titoli pubblici e aumento dello spread. Un aumento, secondo i calcoli della Banca d’Italia, che è già costato al contribuente quasi 1,5 miliardi di interessi in più negli ultimi sei mesi, rispetto a quanto si sarebbe maturato con i tassi che i mercati si aspettavano ad aprile; costerebbe oltre 5 miliardi nel 2019 e circa 9 nel 2020, se i tassi dovessero restare coerenti con le attuali aspettative dei mercati. Un aumento dello spread che tra marzo e ottobre di quest’anno si è già tradotto per i cittadini italiani in una perdita del valore dei propri risparmi pari a 198 miliardi di euro.

Non bastava che studi storici e analisi approfondite, italiani e internazionali, indicassero da anni e senza alcuna esitazione che la bassa crescita del nostro paese nasce da problemi strutturali: bassa produttività delle imprese; tasso di partecipazione al lavoro più basso; grado di istruzione inferiore a quello medio dei cittadini europei; pubblica amministrazione poco efficiente; condizioni per fare impresa meno favorevoli che altrove; pochi investimenti in ricerca e sviluppo; dotazione infrastrutturale insufficiente. Problemi non affrontati nella manovra finanziaria che, invece, viene definita dal governo “per la crescita”.

Tutto questo non è bastato. Il governo ha ripresentato alla Commissione Europea una legge di bilancio identica a quella precedentemente bocciata. Il buon senso, la prudenza, la ragionevolezza sono mancati, con la convinzione che tanto l’Italia, alla fine, se la caverà come sempre avvenuto in passato. Ha prevalso la volontà di dimostrare che non si obbedisce più alle regole europee, che si fa qualcosa di diverso rispetto alle ricette economiche seguite finora e giudicate fallimentari non riconoscendo invece i progressi faticosamente conseguiti negli ultimi anni, con la ripresa del Pil e il recupero dell’occupazione. Giusto correggere e integrare, sbagliato distruggere ogni cosa.

Prepariamoci ora a tempi difficili. Senza ripensamenti da parte del governo, corriamo il rischio di interessi altissimi, declassamenti, recessione, senza considerare quello “supremo” di una uscita dall’euro.

Ma rivediamola brevemente questa manovra, ripercorrendo anche l’aspro confronto con le autorità europee.

2. Quadro di sintesi della manovra e del confronto con Bruxelles.1

Nel 2019 il governo programma di attuare interventi espansivi valutabili in 34 miliardi, coperti da aumenti delle entrate e riduzioni della spesa per poco più di un terzo. Il disavanzo aumenterebbe di quasi 22 miliardi. La sterilizzazione dell’aumento delle aliquote IVA previsto dalle clausole di salvaguardia vale 12,5 miliardi. Nel 2019 sono previste l’introduzione del reddito e della pensione di cittadinanza e una modifica del sistema pensionistico, misure delle quali tuttavia vanno ancora definite caratteristiche e modalità di attuazione; la manovra si limita a istituire due fondi (dell’ordine di 7 miliardi ciascuno), tra loro comunicanti, che stabiliscono il costo netto massimo degli interventi da realizzare. Essa stanzia inoltre risorse aggiuntive per gli investimenti pubblici (3,5 miliardi). Altri interventi espansivi comprendono aumenti di spesa per 3,4 miliardi e riduzioni di entrate per circa un miliardo.

La copertura parziale degli interventi deriverebbe per oltre due terzi da un aumento delle entrate derivanti in particolare dalla maggiore tassazione del settore finanziario e dall’abolizione del regime impositivo opzionale previsto per alcuni tipi di impresa (imposta sul reddito di impresa o “IRI”).

Il disavanzo del 2019 si collocherebbe al 2,4 per cento del PIL, l’indebitamento netto strutturale aumenterebbe di 0,8 punti, portandosi all’1,7 per cento.

Su questo obiettivo di bilancio è in corso il confronto con le autorità europee. La scorsa primavera la Commissione europea considerava rispettata da parte dell’Italia la regola del debito, anche se la riduzione del rapporto tra debito e PIL non era in linea con il relativo parametro numerico, perché teneva conto dei cosiddetti fattori rilevanti, tra i quali in particolare il rispetto della parte preventiva del Patto di stabilità e crescita. Gli obiettivi di bilancio contenuti nella Nota di aggiornamento del DEF 2018 dello scorso mese di settembre si sono invece discostati dalle regole della parte preventiva del Patto; in particolare il disavanzo strutturale, ossia al netto del ciclo economico, anziché convergere verso l’obiettivo del pareggio, aumenta di 0,8 punti percentuali del prodotto nel 2019 e si stabilizza nel biennio successivo.

In una lettera dello scorso 5 ottobre, la Commissione europea ha chiesto di rivedere gli obiettivi di bilancio. Il Governo ha confermato i programmi per il prossimo triennio con la pubblicazione del Documento programmatico di bilancio 2019. Il 18 ottobre la Commissione ha rilevato una “evidente e significativa deviazione dalle raccomandazioni adottate dal Consiglio nell’ambito del Patto di stabilità e crescita” e ha chiesto al Governo di fornire motivazioni in merito. Alla luce di tale deviazione, la regola del debito non sarebbe rispettata. Il 22 ottobre il Governo ha confermato i propri programmi, motivandoli con la necessità di sostenere l’economia, e si è impegnato ad adottare tutte le misure necessarie per non eccedere il livello di indebitamento netto previsto.

Il 23 ottobre la Commissione ha reso nota la propria opinione negativa sul Documento programmatico di bilancio chiedendo all’Italia di presentare un nuovo Documento programmatico di bilancio entro il 13 novembre. Lo scorso 29 ottobre la Commissione ha inoltre comunicato che intende valutare nuovamente la posizione dell’Italia rispetto alla regola del debito e ha richiesto al nostro paese di presentare tutti i fattori che ritiene significativi per valutare complessivamente l’osservanza delle regole di bilancio europee. Il 5 novembre l’Eurogruppo ha concordato con le valutazioni della Commissione europea e ha auspicato che – nell’ambito di un dialogo aperto e costruttivo – l’Italia cooperi con la Commissione nella preparazione di un nuovo Documento programmatico di bilancio coerente con le regole del Patto di stabilità e crescita.

Il 13 novembre il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha inviato alla Commissione europea, entro i termini richiesti, la versione rivista del Documento Programmatico di Bilancio 2019, approvato in Consiglio dei ministri, assieme a una lettera di accompagnamento che ne illustra strategia e contenuti. E’ stato inviato anche il Rapporto sui fattori rilevanti sull’andamento del debito pubblico. La nuova versione del bilancio programmatico conferma l’impegno a considerare il livello del deficit al 2,4 per cento del Pil per il 2019 un limite invalicabile. Inoltre, per accelerare la riduzione del rapporto debito/Pil e preservarlo dal rischio di eventuali shock macroeconomici, si innalza all’1 per cento del Pil per il 2019 l’obiettivo di privatizzazione del patrimonio pubblico. Infine, l’indebitamento netto sarà sottoposto a costante monitoraggio, verificando sia la coerenza del quadro macroeconomico sottostante le ipotesi di finanza pubblica, sia l’aumento delle entrate e delle spese, con l’impegno ad assumere tempestivamente, in caso di deviazione, iniziative correttive.

Nel caso in cui la Commissione ribadisse un giudizio negativo sui programmi dell’Italia, essa potrebbe raccomandare al Consiglio l’apertura di una procedura di infrazione per violazione della regola sul debito.

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1 Cfr. Banca d’Italia, Audizione parlamentare del 9 novembre 2018.