DIARIO DI BORDO

Parliamo della legge di bilancio: Relazione introduttiva

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Diario di Bordo: Parliamo della legge di bilancio: Relazione introduttiva

Senza addentrarci nei dettagli, riassumiamo innanzitutto i grandi numeri della manovra: non considerando la sterilizzazione dell’Iva per 12,4 mld, si tratta di misure espansive pari a 19,9 mld: reddito cittadinanza 6,7 mld, pensioni anticipate 6,7 miliardi, flat tax 0,5 mld, investimenti pubblici 3,5 mld, più altre misure per 2,4 mld. Le coperture sono date da maggior deficit (10,2 mld) e da tagli di spesa ai ministeri e aumento delle imposte su banche e assicurazioni (9,7 mld).

In coerenza con tale manovra nel 2019 il deficit è previsto pari al 2,4 per cento del Pil, la crescita è stimata pari all’1,5 per cento (un valore superiore di almeno mezzo punto a quello delle previsioni di consenso). Il deficit strutturale (cioè, al netto del ciclo) salirà di 0,8 per cento invece di calare di 0,6 facendo così venir meno l’impegno assunto dal Governo in giugno di fronte a tutti i Capi di stato europei di confermare il percorso di graduale avvicinamento nel medio termine al pareggio del bilancio. Un percorso, ricordiamolo, teso a garantire il rispetto delle regole europee ma anche la sostenibilità della finanza pubblica per un paese ad elevato debito come il nostro (pari al 130 per cento del Pil).

La strategia di politica economica che si evince dalla manovra appare non convincente dal lato della crescita e rischiosa per la tenuta economica e finanziaria del Paese.

Queste sono le valutazioni espresse dagli organi tecnici competenti (Banca d’Italia, Corte dei Conti, Ufficio Parlamentare di Bilancio, Istat), mentre segnali di allarme sono giunti da più parti (Bce, Fondo Monetario, Agenzie di rating, osservatori esterni…).

La Commissione europea, dopo aver esaminato il Documento Programmatico di Bilancio trasmesso dal Governo italiano, ha inviato una lettera per denunciare una “deviazione senza precedenti dalle regole del Patto” che lega i paesi dell’area euro e chiedere all’esecutivo di dare una immediata risposta ai rilievi. Il Governo però con una lettera del Ministro Tria ha confermato la manovra pur intendendo lasciare aperto un dialogo con la Commissione e dichiarandosi pronto ad intervenire, anche con riduzioni di spesa, se si manifestasse nel tempo un possibile scostamento dal deficit programmato.

La risposta della Commissione non si è fatta attendere: il bilancio programmatico è stato respinto chiedendo all’Italia di modificarlo entro tre settimane. Non era mai accaduto che la Commissione bocciasse un Documento Programmatico di Bilancio. Sullo sfondo si profila la possibile apertura di una procedura d’infrazione nel caso di nuovo diniego da parte dell’Italia.

Vale la pena sottolineare che il rispetto delle regole non è una pura formalità o una inutile vessazione imposta dall’Europa all’Italia, come molti sono inclini a credere anche per effetto di facili propagande. Per un paese ad elevato debito non garantire la stabilità dei conti può rivelarsi un azzardo.

Infatti, la sfida aperta alla Commissione produce un aumento del rischio Paese di cui abbiamo già avuto un primo assaggio nell’aumento dei tassi sui titoli di stato e derivante allargamento dello spread. Le conseguenze negative sull’onere per interessi sul debito pubblico, su risparmio, banche e condizioni del credito a famiglie e imprese si sono già manifestate e sono destinate ad aumentare in vista della prossima fine del Q. E. annunciata dalla Bce. Basti pensare che, da fine febbraio ad oggi, secondo stime attendibili, il valore di mercato di titoli di stato detenuti da residenti, obbligazioni e azioni quotate in borsa è diminuito di 198 mld di euro, oltre il 10 per cento del Pil; se poi si aggiungono i titoli di stato detenuti da Banca Italia e investitori esteri il risparmio bruciato è di oltre 300 mld.

La manovra viene criticata non solo perché gli obiettivi di deficit deviano dalle regole europee ma anche perché appare inadeguata dal lato della crescita.

Il fatto che le due componenti principali della manovra siano interventi di spesa assistenziali (reddito di cittadinanza e pensioni quota 100), che la quota riservata agli investimenti sia molto limitata (3,5 mld circa contro 14) e che la pressione fiscale, nonostante i proclami relativi alla flat tax, resti sostanzialmente invariata rispetto al 2018 fa temere che l’atteso aumento del Pil all’1,5 per cento nel 2019 sia un miraggio.

L’aumento della spesa sociale tende infatti ad avere effetti congiunturali sul Pil modesti e graduali nel tempo. Inoltre, la spinta degli investimenti pubblici sul Pil appare nettamente sopravvalutata nelle stime governative e in ogni caso resta fortemente condizionata dall’efficienza della P.A, (del cui subitaneo risveglio è lecito dubitare), oltre che da alcune incertezze che finora hanno caratterizzato le scelte strategiche del Governo gialloverde.

Pertanto, la crescita del Pil molto probabilmente risulterà inferiore alle ottimistiche attese compromettendo anche l’obiettivo del deficit al 2,4 per cento del Pil e il mantenimento di condizioni di sicurezza nella gestione della finanza pubblica.

Ma la vera contraddizione insita nella manovra è che essa si pone l’obiettivo dichiarato di rilanciare la crescita recuperandone i ritardi accumulati dagli anni della crisi mondiale ma in realtà non affronta i problemi strutturali che sono alla base della bassa crescita dell’economia italiana bensì tenta di aggirarli con interventi di corto respiro, capaci solo di aumentare il deficit.

Ciò di cui ha bisogno il nostro paese per tornare a crescere e recuperare i divari di sviluppo verso i paesi avanzati accumulati negli ultimi 25 anni è la presenza di istituzioni efficienti, investimenti elevati in ricerca e capitale umano, infrastrutture adeguate, in sintesi ha bisogno di una modernizzazione dell’economia.

Come si è visto, però, la manovra va in un’altra direzione. Così rischiano di disperdersi gli effetti positivi derivanti dalla ripresa congiunturale degli ultimi 3-4 anni e dal nuovo percorso di riforme avviato, il recupero dell’occupazione, la discesa del tasso di disoccupazione, il risveglio degli investimenti e della produzione nell’industria manifatturiera.

Il nostro paese è caratterizzato da un basso tasso di occupazione femminile, in particolare nel Mezzogiorno. Non pare che la manovra prenda in alcuna considerazione i divari di genere nell’economia e nella società, il cui progressivo abbattimento sarebbe funzionale a una maggiore crescita del Pil.

Aggiungo una cautela importante di cui tenere conto: a tutt’oggi (25 ottobre) non conosciamo ancora i testi della legge di bilancio; le carte che abbiamo in mano sono la Nota di aggiornamento al DEF (NADEF), il Documento Programmatico di Bilancio (DPB) e il testo del decreto fiscale, definitivo dopo la firma del Quirinale. Il testo legislativo della manovra non è ancora conosciuto. Si tratta di un colpevole ritardo del governo, che in base alla previsione di legge avrebbe dovuto consegnarlo in Parlamento il 20 ottobre.

 

242accessi

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