Il seguente non vuole essere un articolo canonico. Non almeno nella prima parte dove intendo fare un piccolo gioco con voi al fine di spiegare alcuni concetti più avanti. Vi prego solo di tirare dritti fino alla fine. Grazie e buona lettura!

“Sono sicuro che chi ha aperto questo articolo non sia proprio il massimo dell’intelligenza. Credo inoltre di essere molto più bello di chiunque stia leggendo queste righe. Voglio dire, guardatevi! Sembrate assonati, svogliati. Delle facce da tonti per dirla tutta. Esatto “caro” lettore parlo anche con te che stai leggendo in questo momento. Non mi piaci per niente. Specialmente se vieni da quella città indegna che è Roma.”

Mi scuso per la serie di insulti ma vedete, ciò che avete appena letto, nel mondo del wrestling professionistico delle grandi federazioni americane è detto “Cheap Heat”; un modo facile e veloce per far infiammare il pubblico nel palazzetto e attirare l’odio e l’astio nei riguardi del lottatore che lo esegue. Spesso e volentieri viene citato il nome della città o la squadra sportiva della zona in modo tale da essere sicuri di provocare una reazione. Il ministro Salvini usa questa stessa tecnica. Indossando a seconda del luogo scelto per il comizio la felpa con su scritto il nome del luogo. Applausi facili, buu facili).

Il wrestler che esegue questo monologo lo fa per uno scopo preciso. Rendere il suo futuro avversario (il buono) ancora più appetibile. Il pubblico allora tiferà per quest’ultimo, comprerà il suo merchandise, parlerà dell’atteso incontro con amici e sui social. La federazione per la quale sono tesserati gli atleti non può far altro che sfregarsi le mani. I soldi arrivano proprio da coloro che erano pronti a salire sul ring e prendere a ceffoni il fomentatore. Perché ricordate: nel wrestling, come nella politica di oggi, l’importante non è far pensare la folla ma farla emozionare. Che essa ami o odi non è rilevante. Finchè c’è una reazione forte allora va tutto alla grande. Qualcosa di leggermente più complesso dello slogan “non esiste pubblicità cattiva”. Si tratta di usare gli haters a proprio vantaggio. (Magari anche per fare delle immagini pubblicitarie per una manifestazione in piazza…) Al segretario della Lega non importa che ne facciate della sua figura purchè ottenga interazioni (sui social) e faccia “emozionare” in un verso o in un altro.

Basta seguire per qualche giorno la cronaca o osservare quelli che sono i trend di ricerca per creare consenso politico secondo il metodo sopra elencato. Esprimere un parere sempre e possibilmente evitare i fatti sia per tentare di risolvere l’eventuale problema sia per poter raccontare al meglio alla folla il “nostro” disegno. Un esempio? Il caso degli ultras e degli scontri barbari fuori dagli stadi. L’attuale ministro degli interni prima si assimila con la falange degli ultras del Milan, con tanto di fotografia con un indagato per spaccio di cocaina, poi se ne esce con una lettera alla Gazzetta (uno dei pochi giornali che ancora sembrano avere presa sulla popolazione) dove dice che “per certa gente serve la galera”. Eppure sono seguiti dei fatti a questa dichiarazione, in antitesi tra l’altro, col precedente comportamento del ministro? Assolutamente no. Soltanto un grosso polverone nel quale è difficile riuscire a vedere. E quando non si vede e si è arrabbiati, è difficile anche “aspettare i tempi della giustizia” o accogliere un qualsiasi parere o autorità che inviti alla prudenza.

Pensare o arrabbiarsi?

La risposta per Salvini e il suo team non può che essere la seconda. Specialmente se sono loro quelli che fomentano questa rabbia. Capita a tutti noi di guardare un dibattito tra diversi esponenti politici pronti ad esprimersi su un qualsiasi argomento posto ma pochi hanno fatto caso a come si articola, genericamente, la risposta dei membri della “nuova” Lega. Essi infatti rispondono spesso con un’altra domanda sottolineando una risposta ovvia che forniscono prontamente o che invece porta su tutto un altro piano la conversazione. Un altro artificio proveniente dal mondo del Wrestling USA sono le famose “win-win question” una domanda alla quale ogni risposta, positiva o negativa che sia, porta acqua al proprio mulino (volete che lo finisca? Dice il lottatore alla folla urlante). Un esempio dal mondo politico: “Lei vuole che tutta L’africa entri in Italia?”. La risposta “no” significa automaticamente dare ragione al discorso portato avanti dalla Lega che, prontamente col suo esponente, interromperà in ogni modo il proseguo della risposta dell’altro interlocutore. L’opzione “sì” spiana invece il terreno per una lunga lista di dati e statistiche volte a mettere in cattiva luce i migranti. Un adagio americano recita “Numbers can’t lie but liars use numbers” che tradotto significa “i numeri non mentono ma i bugiardi usano i numeri”. A maggior ragione se i sondaggi provengono da fonti non ufficiali. Quelle sono anzi da evitare possibilmente.

I politici diventano allora personaggi facilmente riconoscibili e acclarati dalla folla. La caratteristica è propria di tutto l’attuale establishment basti pensare a Paola Taverna “la guerriera”, Luigi Di Maio “l’onesto”, Giuseppe Conte “L’avvocato” o, per riprendere il filo: Matteo Salvini “il Capitano”. Tutti appellativi che richiamano ad una figura facilmente assimilabile e riconoscibile da tutti. Personaggi che spesso e volentieri hanno una accezione più che positiva con nomi o caratterizzazioni. Proprio come succede nel mondo del wrestling professionistico. Il pubblico non può non applaudire quando John Cena alla fine del suo match contro il cattivo sventola la bandiera a stelle e strisce. Non ha un senso, non c’è una logica ma come si può non farsi travolgere dal patriottismo? Come si può non applaudire a chi tiene in mano la mia bandiera? Questo stesso sentimento, questo stesso metodo è quello che convince il ministro degli interni a indossare la divisa delle forze dell’ordine, a dire di parlare in nome di 60 milioni di italiani a cui chiede il permesso per andare a trattare in Europa. Una frase senza senso, sconnessa dalla realtà per giunta. Il permesso di fare cosa? Per trattare che? Ma soprattutto con quale organo? Ma queste sono domande inutili quando una intera piazza applaude. Quando nessuno si ferma a pensare perché i tuoi sono già convinti gli altri invece sono troppo impegnati ad arrabbiarsi per poter rispondere. Peccato che il momento in cui ci si lascia guidare dalla rabbia è esattamente lo stesso che vede la ragione scivolare via. Essere silenziata. Alimentare un potere che si vorrebbe combattere.

Il momento in cui vi arrabbiate Salvini vince. Il momento in cui badate più alle opinioni che ai fatti Salvini vince.

Mi riservo per la chiusura un ultimo raffronto tra il mondo politico nostrano e quello del wrestling: il pubblico.

La folla stessa che ha fatto da filo rosso per tutte queste righe. Per godersi uno spettacolo di Wrestling è fondamentale la sospensione dell’incredulità. Accettare il fatto che l’esito dell’incontro è predeterminato e concordato ore prima tra lottatori, accettare il fatto che quelli che fino al precedente spettacolo erano nemici giurati oggi sono amici e che anzi, combattono insieme. È dunque del tutto inutile la memoria. E il pubblico accetta tutto questo al fine di godere al massimo dello spettacolo proposto.

Mi chiedo però qual è il senso dell’applicazione di questo metodo per il partito della lega di Savini? un uomo che fino a due anni fa intendeva bruciare il tricolore e che oggi se ne avvolge per un post su Facebook. Ma più in generale perché non usiamo la memoria quando guardiamo alla vita politica di questo paese? Forse siamo tutti quanti, pur senza saperlo, fan di Wrestling.

Per chi suona la campana?

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