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Emancipazione o liberazione delle donne?

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All’interno degli attuali dibattiti delle differenti correnti del femminismo in Europa è raramente emerso il tema delle relazioni, complesse, tra la cosidetta emancipazione e l’altrettanta liberazione della donna.

Operaie della Imperial e dell’Alfa Romeo ad una manifestazione sindacale davanti alla sede dell’Assolombarda in Via Pantano, Milano, 2 settembre 1975

Come in altre esperienze, cresciute negli anni ‘60/’70, la cosidetta “liberazione” della donna ha assunto, nei decenni, susseguenti, anche negli USA, una torsinone culturale che definiva il concetto di “limite” umano come inevitabilmente repressivo rispetto ad una mitica “liberazione” da tutte le oppressioni maschiliste e societarie.

Ma ritorniamo, per un attimo, ai due termini emancipazione/liberazione (del soggetto femminile). Per un lungo arco di tempo le due tipologie sono state fortemente intrecciate tra di loro. Anche nella storia dei movimenti delle donne, dagli inizi del movimento delle suffragette dei primi del’900 alle lotte femministe negli anni ’30 negli Stati Uniti e nei Paesi Scandinavi, sempre emancipazione eliberazione delle donne si sono accavallate e restate unite come dinamiche sociali e di movimenti collettivi.

E’ negli anni ‘60/’70, come abbiamo detto anche prima, che inizia la divaricazione anche teorica tra queste due interpretazioni delle lotte delle donne. Ora ,dopo tante esperienze di lotte e di conquiste femminili, in questi ultimi quindici anni, gli obiettivi femministi si sono spostati verso esperienze sul corpo nel senso di maternità surrogata o utero in affitto: oltre il “limite”! Il genere “donna” avrebbe un destino di “liberazione” da tutte le connessioni e da tutti i “lacci e lacciuoli” societari famigliari, tanto da arrivare ad elaborare un tipologia di “genere” malleabile e flessibile che trova nella centralità delle culture dei “desideri-senza-limiti” un sorta di paradigma fondativo di una storia ”altra” e antagonistica a quella del genere uomo.

Questa assoluta “autonomia” non può che produrre indicazioni di critica puramente corrosiva e di antiumanesimo che contribuisce ad una cultura “antifamilistica immorale” che è il pendant esatto dell’altro polo del discorso: quello clericale di una tipologia femminile subalterna e solo casalinga.

Al contrario io ritengo che le elaborazioni dell’emancipazione femminile che accoglie il “limite” umano come serena acquisizione della creatura femminile nella storia unica e umana possa arricchire le dinamiche di movimento convergendo verso relazioni di genere donna/uomo in continui dialoghi e correzioni reciproche, stimolando dinamiche famigliari di comunione tra i vari attori. Ecco perché ritengo che l’emancipazione come obiettivo, alla lunga, si contrapponga alla scelta di autonomia assoluta della liberazione di genere.

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