Economia

Criticità del reddito di cittadinanza: penalizzate le famiglie numerose, del centro nord, e con disabili

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Il reddito di cittadinanza (rdc), istituito con il decreto legge n. 4 del 28 gennaio u.s., conta sulle risorse stanziate dalla legge di bilancio pari a  7,1 miliardi per il 2019. Nel Diario di bordo sulla manovra abbiamo affrontato il tema da un punto di vista macroeconomico sottolineandone l’impatto negativo sulla sostenibilità dei conti pubblici e molto limitato sulla crescita; ora invece vogliamo affrontarlo dal punto di vista tecnico ovvero dell’efficacia del provvedimento. Faremo ricorso, sintetizzandone i risultati, alle analisi presentate dai principali interlocutori del Governo (Istat, Inps, Ufficio Parlamentare di Bilancio, Confindustria e sindacati, associazioni di volontariato, etc…) nel corso delle audizioni parlamentari successive all’emanazione del decreto.

Molte le criticità che emergono, in particolare con riguardo al trattamento delle famiglie povere più numerose, a quelle dove è presente un invalido e a quelle che vivono nel Nord del paese. Inoltre, è alto il rischio di scoraggiare il lavoro e incentivare il sommerso. Ma procediamo con ordine.

Innanzitutto, cosa prevede il decreto.

  1. Una misura “unica”

L’articolo 1 del decreto prevede l’erogazione del beneficio a partire dal mese di aprile “quale misura unica di contrasto alla povertà, alla disuguaglianza e all’esclusione sociale, a garanzia del diritto al lavoro”.

  1. Destinatari
    Il rdc sarà riconosciuto ai nuclei familiari in possesso di una serie di requisiti: cittadinanza italiana, o di paesi della Ue, o con permesso di soggiorno di lungo periodo. È necessaria la residenza in Italia da almeno 10 anni al momento della presentazione della domanda, di cui gli ultimi due anni in modo continuativo.

Nel 2017 la povertà assoluta coinvolgeva 1,78 milioni di famiglie residenti (in cui vivono 5 milioni di individui). Secondo le stime Istat sarebbero 2,7 milioni i beneficiari del rdc, secondo l’Inps la platea sarebbe di 2,4 milioni di persone. Il Governo prevede invece 5 milioni di beneficiari, di cui il 53% nel Mezzogiorno.

  1. Calcolo del benefici

Il rdc è vincolato all’Isee, l’indicatore della situazione economica equivalente, riferito alla famiglia. La soglia limite è di 9.360 euro, ovvero 780 euro per 12 mensilità (secondo l’Inps sono 3,6 milioni le dichiarazioni con Isee inferiore ai 10mila euro). Ma occorrono altri requisiti: patrimonio immobiliare, diverso dalla prima casa di abitazione, non superiore a 30mila euro; patrimonio finanziario non superiore a 6mila euro (20mila per le famiglie con persone disabili). Il beneficio si compone di due elementi: una componente a integrazione del reddito familiare fino alla soglia di 6mila euro l’anno (moltiplicata per il corrispondente parametro della scala di equivalenza); una componente, a integrazione del reddito delle famiglie che vivono in affitto, pari all’ammontare del canone annuo di locazione (fino a un massimo di 3.360 euro).

  1. Attivazione, erogazione, condizioni

Il modulo di domanda è predisposto dall’Inps a cui spettano le verifiche necessarie. In caso positivo, il beneficiario verrà contattato dai Centri per l’impiego (rafforzati attraverso l’assunzione di 6mila navigator) per individuare il percorso di formazione o di reinserimento lavorativo da attuare (il beneficiario non potrà rifiutare tre proposte di lavoro “eque”, pena la perdita del beneficio: nei primi 12 mesi la prima offerta di lavoro potrà arrivare entro un raggio di 100 km, la seconda entro 250 km e la terza da tutta Italia). Chi non è in condizione di lavorare, dovrà siglare il patto per l’inclusione sociale. Tutti i beneficiari sono tenuti a partecipare a progetti utili alla collettività messi a punto dai comuni, fino a 8 ore settimanali.

Il beneficio economico è erogato per 18 mesi consecutivi attraverso una Carta prepagata di Poste italiane che permette di effettuare prelievi in contanti entro un tetto mensile di 100 euro per singolo individuo. E’ fatto divieto di utilizzare la carta per giochi che prevedono vincite in denaro. Dopo i primi 18 mesi (e se sussistono le condizioni per il rinnovo), saranno valide tutte le offerte di lavoro a livello nazionale.

  1. Incentivi per le aziende

Per le aziende che assumono un beneficiario del rdc nei primi 18 mesi di fruizione del beneficio è previsto un contributo sotto forma di esonero contributivo pari alla differenza tra 18 mesi e i mesi già fruiti dal beneficiario.

  1. Controlli e sanzioni

L’Agenzia delle entrate lavorerà insieme a Inps e Guardia di Finanza per incrociare le banche dati. Il decreto prevede l’applicazione di sanzioni (reclusione da due a sei anni, oltre alla decadenza dal beneficio e al recupero di quanto indebitamente percepito) nei casi in cui vengano fornito, con dolo, dati e notizie non rispondenti al vero. Si decade dal sussidio anche se: non si sottoscrive il patto per il lavoro o per l’inclusione sociale, non si aderisce ai progetti di utilità sociale, si rifiutano tre offerte congrue.

A fronte di questo impianto, si individuano alcune importanti criticità.

  1. Il provvedimento confonde la lotta alla povertà con il sostegno all’occupazione.

Prevedere una misura “unica” per raggiungere entrambi gli obiettivi che, pur essendo strettamente collegati, rappresentano due concetti profondamenti diversi e come tali richiedono azioni specifiche, non garantisce l’efficacia dello strumento. Se vuol farsi carico dei soggetti che vivono in povertà estrema, il rdc appare eccessivamente sbilanciato sul fronte lavorista, piuttosto che su quello dell’inclusione sociale. Il rdc infatti introduce misure di favore all’interno dell’impianto complessivo delle politiche attive del lavoro rischiando di dar luogo a discriminazioni. Ad esempio, i nuovi centri per l’impiego nel reperire domande di lavoro daranno la precedenza ai titolari di rdc o a chi usufruisce dell’indennità di disoccupazione?

  1. Le soglie di povertà cambiano da Nord a Sud ma il rdc non ne tiene conto

La povertà non è un fenomeno univoco. Le soglie che la definiscono dipendono dalla collocazione territoriale delle famiglie perché diverso è il costo della vita. La povertà si misura con un indicatore di situazione economica equivalente, l’Isee. A parità di Isee, però, i poveri del Nord sono più poveri perché devono sostenere un costo della vita più elevato. Il costo della vita si differenzia non solo da regione a regione, ma anche all’interno di una stessa regione: è più elevato nelle grandi città rispetto al resto del territorio. Ad esempio, secondo i calcoli Istat, nel 2017 una famiglia composta di due adulti e un figlio in età compresa fra i 4 e i 10 anni, residente in una città del Nord che supera i 250 mila abitanti è povera se dispone di meno di 1.390 euro al mese, mentre se risiede nel Sud la famiglia è povera se ha meno di 1.087 euro. Sarebbe stato più corretto, quindi, nel disegnare questo strumento, considerare le differenze del costo della vita, poiché con gli stessi 780 euro mensili in alcune zone si comprano più beni e servizi che in altre. Succederà invece che chi percepisce il reddito al Sud supererà la soglia di povertà assoluta, mentre chi lo riceve al Nord avrà solo un miglioramento delle condizioni economiche senza uscire dalla soglia di povertà. L’Istat stima che le famiglie beneficiarie del rdc siano il 9,0% delle famiglie residenti nel Mezzogiorno, il 4,1% al Centro e il 2,7% al Nord.

  1. Il rdc non tiene conto della differente condizione delle famiglie con disabili

L’Isee familiare non coglie l’effettivo tenore di vita delle famiglie con una o più persone con disabilità e sottostima il loro reale disagio economico, anche perché le pensioni di invalidità sono considerate alla stregua di un reddito.

  1. Il rdc penalizza le famiglie numerose con bambini e favorisce i single

Al crescere del numero dei componenti il nucleo familiare, l’intervento garantisce un livello che è via via sempre più lontano dalla soglia di povertà assoluta, dato che per i minori il parametro della scala di equivalenza utilizzata è ridotto. In sostanza, la scala di equivalenza scelta penalizza i nuclei più numerosi rispetto a quelli composti da una sola persona. Ricordiamo che in Italia la povertà infantile riguarda 1,2 milioni di bambini.

  1. Il requisito della residenza da dieci anni esclude i migranti regolari e i senza dimora

La previsione di una residenza di 10 anni per i beneficiari esclude i migranti regolarmente presenti sul nostro territorio e rischia anche di tagliare fuori le persone in condizioni di grave marginalità come i senza tetto. Il requisito presenta comunque profili di incostituzionalità, come è stato rilevato da più parti.

  1. Il rdc rischia di incentivare il lavoro nero

Il reddito di cittadinanza può far aumentare il sommerso, perché sia i lavoratori che i loro datori sono interessati a nascondere il rapporto di lavoro. Il problema è più rilevante nel Mezzogiorno ove il lavoro nero è più diffuso e molte abitazioni (il cui valore patrimoniale entra nel calcolo dell’Isee) non sono accatastate. Non sembrano un deterrente efficace le pur pesanti sanzioni previste dal decreto perché se non si riesce a fare rispettare l’obbligo del catasto difficilmente si riuscirà a individuare e punire il lavoro nero.

  1. Il rdc rischia di scoraggiare il lavoro perché il livello del beneficio è troppo elevato

Il reddito di cittadinanza potrebbe avere l’effetto collaterale di scoraggiare i più giovani dal cercare un posto di lavoro perché in Italia lo stipendio medio dei giovani under 30 si attesta a 830 netti al mese (700 euro per i non laureati al Sud).

In conclusione, il reddito di cittadinanza così come congegnato dal decreto (in attesa della conversione in legge che potrebbe comportare modifiche anche significative all’attuale impianto) presenta una notevole complessità di gestione amministrativa e rischia di creare distorsioni nel mondo del lavoro, alimentare discriminazioni tra gli stessi soggetti beneficiari, trascurare alcune importanti realtà di esclusione sociale e disagio economico.

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