Economia

Draghi e gnomi

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Il Consiglio direttivo della Bce del  7 marzo ha preso all’unanimità importanti decisioni di politica monetaria. I tassi di interesse rimarranno fermi fino alla fine del 2019 e sarà varato un nuovo piano di finanziamenti a lungo termine alle banche, senza tuttavia riaprire il programma di Quantative easing. Contemporaneamente sono state riviste al ribasso le stime di crescita dell’Eurozona, prevedendo per il 2019 un aumento del Pil dell’1,1% rispetto all’1,6% stimato a dicembre. Le nuove misure tengono conto, nell’obiettivo della stabilità dei prezzi, del rallentamento congiunturale e delle più deboli prospettive che risentono di una serie di fattori tra cui il protezionismo crescente, le preoccupazioni intorno a Brexit, l’evoluzione incerta della Cina, l’arretramento dell’Italia e la crisi del settore automobilistico tedesco.

Un quadro sconfortante, un’Europa che avrebbe bisogno di stimoli fiscali, difficilmente ipotizzabili tuttavia nelle attuali condizioni politiche. Ecco, quindi, che la Bce viene chiamata, ancora una volta, a intervenire a sostegno della crescita in luogo dei governi. Mario Draghi, a pochi mesi dalla fine del suo mandato, tiene dritta la barra del timone e mantiene la rotta.

Ha guidato la politica monetaria dell’Europa dell’euro dalla fine del 2011 dimostrando di avere una visione ampia e strategica di lungo periodo. Con tenacia e grande abilità tecnica e diplomatica ha ammorbidito le posizioni dei “falchi” nordeuropei innovando profondamente, pur nel rispetto dell’ortodossia della Bce, l’utilizzo degli strumenti monetari e ancorandoli non solo all’inflazione ma anche allo stato dell’economia. Ha salvato l’euro dalle gravissime conseguenze della crisi greca inaugurando una politica della comunicazione di rara efficacia (famosissimo il suo whatever it takes pronunciato a Londra il 26 luglio 2012). Ha varato un programma straordinario prolungato di acquisto di titoli pubblici che ha fornito liquidità a famiglie e imprese conducendo l’Europa fuori dalla recessione più grave dal secondo dopoguerra. Ha spronato gli Stati a fare le riforme strutturali, unica via per aumentare contemporaneamente produttività, occupazione, crescita e sostenere così il nostro stato sociale di cittadini europei, il più avanzato del mondo. Ha ricordato l’importanza di politiche di contrasto alle disuguaglianze crescenti e a favore di coloro che hanno maggiormente subito l’impatto della globalizzazione. Ha sollecitato politiche per l’occupazione femminile e la maggiore partecipazione delle donne alla vita politica, sociale e produttiva. Ha ammonito sulla gestione prudente del bilancio, ricordando come senza la stabilità della finanza pubblica non ci possa essere sviluppo duraturo. Ha evidenziato i benefici dell’Unione e della moneta unica in termini di pace, sicurezza, ambiente, qualità e tenore di vita, relazioni  umane e commerciali.

Ieri, stando a notizie di cronaca, alcuni esponenti politici della maggioranza di governo si sono lamentati per un incontro che Mario Draghi avrebbe avuto a Palazzo Chigi con il Sottosegretario alla Presidenza. “Fuori i poteri forti, noi siamo il governo del cambiamento.” Sono gli stessi che poche settimane fa si sono vantati di aver incontrato in Francia i protagonisti del movimento violento dei gilet gialli!  Certo, Draghi può rappresentare un pericolo…ma solo per chi ne teme la competenza e non vuole vedere la realtà dei fatti.  L’Europa e soprattutto l’Italia devono molto a Draghi e il suo compito, come si è detto, non è  finito. Per superare la probabile recessione che ci aspetta nel 2019 in condizioni che si annunciano drammatiche per la nostra finanza pubblica il suo aiuto sarà ancora una volta fondamentale.

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