Economia

La recessione autoinflitta

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I dati dell’Istat pubblicati il 31 gennaio certificano che l’economia italiana è entrata in una recessione “tecnica”, ovvero che il Pil ha registrato per almeno due trimestri consecutivi un andamento congiunturale negativo.

Infatti, dopo il calo dello 0,1% già manifestato nel terzo trimestre 2018, anche nel quarto il Pil è diminuito (-0,2% rispetto al trimestre precedente). Si tratta dei primi due risultati negativi dopo ben quattordici dati trimestrali positivi. Mai così male da cinque anni a oggi, precisamente dal quarto trimestre del 2013.

La diminuzione dello 0,2% riflette l’andamento negativo dei settori agricolo e industriale e la sostanziale stabilità dei servizi. Dal lato della domanda, vi è un contributo negativo della componente nazionale (consumi e investimenti) e un apporto positivo della componente estera netta (esportazioni meno importazioni).

Nella media dell’anno 2018 il Pil è aumentato dell’1%, in netto rallentamento rispetto all’1,7% del 2017. La variazione acquisita per il 2019 è pari a -0,2%, un’eredità negativa che condizionerà pesantemente il risultato annuale.

Cerchiamo di comprendere le ragioni di questa débâcle. Appare abbastanza evidente che si tratta soprattutto di una crisi dell’economia interna, in quanto le esportazioni, nonostante il quadro europeo e internazionale risulti meno vigoroso per alcune difficoltà della Germania e della Cina, reggono ancora.

Di fatto, gli italiani si sono prudentemente “fermati” in attesa di capire le mosse del nuovo governo insediatosi a fine primavera e hanno rinviato i consumi e gli investimenti, mentre l’aumento dello spread (legato ai rischi di instabilità dei conti pubblici conseguenti ad annunci di policy meno osservanti delle regole europee) ha pesato sui risparmi delle famiglie e sull’attività delle imprese. A ciò si deve aggiungere il sostanziale blocco degli investimenti pubblici nelle grandi opere infrastrutturali e il rinvio di altre decisioni strategiche che nell’insieme hanno creato un clima di sfiducia e incertezza, notoriamente il nemico principale della crescita economica.

La figura sottostante mostra chiaramente l’elevata correlazione simultanea tra l’evoluzione della crescita del Pil trimestrale e l’indicatore di fiducia delle imprese.

Fig. Crescita del Pil e indice di fiducia delle imprese (1)

  1. Fonte: Daveri, Lavoce.info, 31 gennaio 2019.

Oggettivamente, secondo i dati, la recessione è cominciata quindi con l’avvento del governo gialloverde. Certo, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte si è affrettato ad attribuire la colpa della recessione ai governi precedenti e a rivendicare il ruolo positivo della manovra di bilancio per il 2019 che a suo dire farà ripartire il paese tramite misure come il reddito di cittadinanza e la quota 100.

Peccato che tali misure, il cui impatto espansivo in termini di sviluppo e occupazione sarà peraltro molto limitato (come abbiamo ampiamente documentato nei mesi scorsi nel nostro Diario di bordo della manovra finanziaria), inizieranno a produrre i loro effetti solo da aprile, sempre che non ci siano ritardi burocratici.

Ecco, quindi, che, mentre il primo semestre del 2019 si presenta ancora a rischio stagnazione o recessione, la ripresa (o meglio il “boom” evocato da alcuni esponenti del governo) è rimandata al secondo semestre.

Ma, anche in questo caso, sarà difficile cogliere l’obiettivo programmato nel contesto della manovra finanziaria di una crescita media annua del Pil pari all’1% (le più recenti stime di Banca d’Italia, Ocse, Fmi e altri previsori convergono verso uno 0,5-0,6% ma c’è anche chi prevede stagnazione totale…) perché sarebbero necessari nella seconda parte del 2019 tassi di incremento trimestrali decisamente troppo elevati e fuori misura rispetto al trend.

Il governo potrebbe allora essere costretto ad intervenire con una manovra correttiva per l’anno in corso al fine di rispettare gli impegni presi con l’Europa e mantenere i conti su un sentiero sostenibile. Le preoccupazioni aumentano, poi, se volgiamo lo sguardo ai prossimi anni: bisognerà reperire 23 miliardi nel 2020, 29 miliardi nel 2021 e nel 2022 per non far scattare gli aumenti dell’Iva già decisi a copertura delle misure assunte. Con un Pil fermo o in contrazione l’impegno diventerà ancora più difficile. Per non parlare del rapporto debito/Pil che, con un numeratore crescente e un denominatore quasi fermo, rischia di tornare ad aumentare. Una situazione tale da mettere sotto stress i nostri titoli con nuove ripercussioni sullo spread.

In cosa possiamo sperare? Difficile dirlo. Un miglioramento del quadro internazionale ed europeo che spinga l’export e traini la crescita? Un “ravvedimento” del governo su alcune scelte di policy tale da infondere nuova fiducia e sostenere gli investimenti?

Certamente, la pressione delle vicine elezioni europee condiziona l’azione politica e il mantenimento delle promesse elettorali del 4 marzo resta la stella polare del governo. Almeno fin quando non diventeranno tangibili per tutti, ma proprio tutti, anche per gli elettori gialloverdi, gli effetti di una nuova crisi economica che ormai è alle porte.

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