Economia

Letterine e altri disastri. Il governo giallo-verde compie un anno.

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Il Governo giallo-verde è al suo primo compleanno. Ma c’è poco da festeggiare. Non solo perché i risultati elettorali delle europee del 26 maggio registrano una sorta di schizofrenia della scena politica, per cui una componente della maggioranza è stata molto premiata dagli elettori (la verde) e l’altra severamente punita (la gialla).

Ma anche perché nubi nere si addensano sulla nostra economia. In poche ore, fatti concreti, dati statistici poco rassicuranti, analisi tecniche incontrovertibili, mozioni parlamentari a dir poco stravaganti, prese di posizione contraddittorie e annunci precipitosi da parte delle autorità di governo si sono susseguiti determinando un clima di grande incertezza sul futuro del Paese. Lo spread è risalito a 290 punti base.

Ma a cosa ci riferiamo?

Innanzitutto, la “letterina” della Commissione inviata al Governo italiano il 29 maggio in cui si chiedono spiegazioni sull’andamento del deficit e del debito che sembra non il linea con gli obiettivi concordati in sede di manovra. La relativa lettera di risposta è al centro di un giallo, in quanto la prima versione circolata a firma del Ministro Tria in cui si ipotizzava un taglio della spesa sociale (leggi quota 100 e reddito di cittadinanza) è stata ritirata e sostituita con un’altra poi inviata il 31 maggio in forma ufficiale in cui il riferimento ai tagli di spesa è molto più vago. Le ragioni tecniche addotte dal Governo italiano per confermare il rispetto degli obiettivi finanziari sono al vaglio della Commissione che dovrà decidere se avviare un percorso che potrebbe condurre in tempi medio-lunghi al varo di una procedura d’infrazione. Facile immaginare in tale sciagurata ipotesi le reazioni dei mercati e le conseguenze sulla tenuta dei nostri conti.

Nelle stesse ore del carteggio, l’Istat diffonde la stima aggiornata del Pil nel primo trimestre del 2019, rivedendo al ribasso quella provvisoria pubblicata ad aprile. Il Pil italiano è salito dello 0,1% rispetto ai tre mesi precedenti (invece dello 0,2% inizialmente stimato) mentre è calato dello 0,1% su base annua (invece del +0,1%), un dato negativo che non si registrava dal quarto trimestre del 2013. Il Paese è quindi in stagnazione; aspettarsi una ripresa nella seconda parte dell’anno è un sogno a meno che non ripartano gli investimenti pubblici e si recuperi la fiducia delle famiglie e delle imprese. Ma non sembra, come si vedrà a breve, che le azioni del Governo siano fino a questo momento efficaci e impegnate concretamente su questo fronte.

Nelle ore del carteggio, inoltre, il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco rivolge nelle sue Considerazioni finali del 31 maggio un invito a non farsi illusioni: la nostra bassa crescita è un’eredità del passato e fare più debiti non risolve i problemi. Da venticinque anni (da prima che ci fosse l’euro), afferma Visco, l’Italia cresce meno degli altri paesi europei per fattori strutturali quali: bassa qualità dei servizi pubblici, inadeguatezza delle infrastrutture, basso grado di concorrenza in particolare nel terziario, evasione fiscale, elevati livelli di corruzione e di criminalità organizzata. Il risultato è un ambiente poco favorevole agli investimenti, alle imprese e al lavoro. Affidarsi a una politica fiscale espansiva per alimentare la crescita, senza affrontare con appropriate riforme le debolezze strutturali dell’economia italiana non solo sarebbe inutile ma anche dannoso perché l’effetto restrittivo dell’aumento del costo del denaro sarebbe tale da più che compensare l’impatto espansivo della maggiore spesa pubblica (o minore tassazione). Le banche potrebbero restringere il credito mentre il calo di fiducia che una gestione confusa della finanza pubblica crea indurrebbe le imprese a investire ancora di meno e le famiglie a limitare ulteriormente i consumi.

Ma non basta tutto questo, perché a deteriorare il clima generale ci si mette anche il Parlamento. Il 28 maggio la Camera approva all’unanimità, quindi anche le opposizioni e il PD per un evidente (ma gravissimo) errore di interpretazione delle norme, la mozione Baldelli che impegna il governo a varare i minibot, vale a dire il pagamento dei debiti della Pubblica amministrazione alle imprese in titoli di Stato di piccolo taglio. È un via libera indiretto alla creazione di debito, ma soprattutto di una valuta alternativa all’euro. Tra i principali sostenitori dei minibot c’è infatti Claudio Borghi, responsabile economico della Lega, che non troppo tempo fa spiegava come la “valuta parallela” possa diventare il primo passo verso l’Eurexit. Il Mef si è affrettato a precisare che non c’è “nessuna necessità né sono allo studio misure di finanziamento di alcun tipo, tanto meno emissioni di titoli di Stato di piccolo taglio, per far fronte a presunti ritardi dei pagamenti da parte delle pubbliche amministrazioni italiane“. Ma il danno è fatto ormai e lo spread e la nostra credibilità ne risentono.

Qualcuno forse potrebbe obiettare che a fronte di queste nubi il governo Lega-5stelle presieduto da Giuseppe Conte ha all’attivo nel suo primo anno di vita alcune importanti riforme per il rilancio dell’economia contenute nel “contratto” tra i due partiti.

Ma la realtà delle cose non conforta fino ad oggi tale speranza.

Il varo del reddito di cittadinanza e di quota 100, oltre ad aver creato notevoli problemi di copertura finanziaria, oltre ad essere una misura a carattere assistenziale con limitati effetti sulla crescita, si scontra con difficoltà di gestione amministrativa. In particolare,  il buon funzionamento del reddito di cittadinanza presuppone una riforma efficace dei centri per l’impiego, le cui condizioni di salute restano invece ancora molto critiche.

Poco si è fatto inoltre per la semplificazione fiscale e la flat tax  al 15 per cento, cavallo di battaglia della Lega, è stata introdotta soltanto per le partite Iva con ricavi inferiori a 65mila euro annui; manca all’appello il regime piatto per tutte le altre imprese e partite Iva e restano fuori anche le persone fisiche. In questi giorni, il progetto flat tax viene rilanciato alla grande dal vice premier Salvini come perno della manovra di bilancio per il 2020 ma non è chiaro come potrà essere finanziato visto che occorre anche coprire le clausole di salvaguardia (23 miliardi di euro) per evitare l’aumento dell’Iva. Con un aumento del deficit? Non possiamo permettercelo, non solo perché in violazione delle regole europee ma perché siamo un paese ad elevato debito e i mercati ci punirebbero pesantemente. Una ulteriore incertezza che non fa bene all’economia.

Si dirà: ma il governo sta rilanciando gli investimenti!  Purtroppo il dossier infrastrutture in questo primo anno di governo registra solo confusione, ritardi e rinvii, più o meno espliciti. Ilva, Tap, Tav, Alitalia, decreto sblocca-cantieri… Pochissimo è stato fatto anche in tema di incentivi all’industria.

Poche le misure a sostegno dell’occupazione mentre il decreto dignità, secondo le analisi della Banca d’Italia, potrebbe avere addirittura effetti opposti rispetto a quelli desiderati.

Insomma, un compleanno triste per il Governo, ma soprattutto per noi.

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