Europa

Come contrastare i sovranisti alle elezioni europee?

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Lo stato dell’arte è noto. Da una parte i sovranisti (italiani e non) si presentano alle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo con una ricetta a portata di tutti, “popolo contro élite”, che proiettata su scala europea vuol dire “sovranità nazionale contro tecnocrazia di Bruxelles”. Dall’altra i partiti eredi della tradizione europeista, che nei maggiori Stati dell’Europa occidentale tranne l’Italia sono anche partiti di governo, e al momento più preoccupati di difendersi che di presentare una chiara piattaforma riformatrice.

Messa così, non ci sarebbe partita. Il vento delle paure e quindi delle chiusure nazionaliste spira forte, alimentato certo da chi è interessato a raccoglierne poi i frutti alle elezioni, ma anche dagli errori politici dei riformisti europei, compresa la lunga sottovalutazione della presa del populismo in ampi strati di elettorato.

Al 26 maggio mancano però tre mesi, che basterebbero ancora a spostare il vento. Non credo che aiuterebbe una qualche unione sacra contro i nuovi barbari. Al contrario, peggiorerebbe le cose. Ciascuno dovrebbe presentarsi – e comunque si presenterà – con le proprie insegne, il che è d’altra parte logico in un sistema elettorale proporzionale, facendo solo attenzione, specie in un quadro come quello italiano, alle soglie di sbarramento. Il punto è un altro, anzi sono due: uno del leone l’altro della volpe.

Il coraggio del leone bisognerebbe averlo verso se stessi, voltando pagina con idee-forza per il futuro di un continente ormai in preda alla nevrosi collettiva, anche senza contare Brexit. Basterebbe dire, ciascuno col proprio stile e le proprie specificità nazionali, che l’avventura comune può proseguire solo se l’Europa rialza la testa, con una classe dirigente capace di dimostrare, contro le minacce che vanno da Trump a Putin, che la sua civiltà non è un relitto del passato ma un progetto sempre aperto.

In questo senso, esercito europeo, protezione delle libertà civili e riforma del sistema di Dublino viaggiano nella stessa direzione. Secondo, bisognerebbe dare seguito alla confessione di Juncker sulla Grecia, affermando che i Paesi debitori non si risanano coi mezzi della trojka ma con un serio partenariato delle istituzioni europee coi governi nazionali.

La parte della volpe (almeno una piccola parte, per favore) va giocata contro i sovranisti. Per il semplice fatto che non hanno uno straccio di programma alternativo, ma puntano solo a restare al caldo, cioè a tenersi i soldi dell’Unione, e nello stesso tempo ad attaccarla perché distante dal popolo. Orban è il principe di questo doppio gioco, che vista l’inerzia delle istituzioni europee verso un governo autoritario come il suo, gli ha fruttato moltissimo. Non a caso, non ha nessuna intenzione di lasciare i popolari per imbarcarsi in un’avventura elettorale con l’emulo Salvini. Ma se ciascuno di loro corre da solo, nessuno pensa a riformare l’Unione, il che oggi vuol dire distruggerla.

Eccoci al punto. Tutti i sondaggi ci dicono che più passa il tempo più aumentano, in Italia come negli altri Paesi, gli elettori che temono di uscire dall’euro o dall’Unione. Cosa aspettano i partiti europeisti a lanciare tutti insieme ai sovranisti la giusta accusa di voler distruggere l’Europa, martellandoli così fino al giorno del voto? Sarebbe un classico marciare divisi per colpire uniti.

Si dice spesso che nella scena pubblica mediatizzata contano solo le percezioni. E la scena italiana ne è la migliore conferma: quando il principio di realtà si vendicherà, sarà troppo tardi. Quello che invece non ho capito è perché mai a dominare le percezioni debbano essere solo i sovranisti. Oltretutto, a differenza della paura alimentata dalle fake news sull’invasione dei migranti, quella di uscire dall’Europa è una paura sana e fondata.

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