DUeSEuropa

Astensione e Donne

Shares Share

Il dato è sconfortante: metà delle donne non è andata a votare a queste ultime elezioni europee. Eppure mai come stavolta la campagna era stata martellante: si tratta di scegliere, veniva spiegato, tra rafforzare l’Unione europea votando i partiti tradizionali oppure indebolirla votando i nuovi partiti sovranisti. Chiaro? Chiarissimo. E Allora? Di quel 50% di donne italiane che sono andate a votare il 37%, molto più della metà, ha votato la Lega di Salvini, alcune abbandonando i 5 Stelle forse delusae da un Reddito di Cittadinanza che non ha dato a ognuno i 780 euro promessi.

E allora proviamo Salvini. Perchè si presenta come un macho capace di prendere decisioni rapide, ha ipotizzato un commentatore. Perchè usa parole semplici come slogan che non richiedono alcuno sforzo per essere comprese, ha detto un notista politico. Perchè ha puntato sulla sicurezza e le donne hanno paura di essere aggredite per strada, sul lavoro, a casa, ha sostenuto qualcuno. Perchè ha chiuso i porti agli immigrati che rubano il lavoro e le case agli italiani, sporcano, spacciano e sono pure neri, ha sostenuto qualcun altro. Perchè alle donne la politica interessa poco, hanno recitato in coro tutti. No. questa affermazione va capovolta: non è che alle donne non interessa la politica, sono gli uomini politici che non si interessano delle donne .

La conseguenza è l’astensione: non parlano di me, non vado neanche a votarli. Un dato preoccupante questo italiano perchè in contro-tendenza rispetto agli altri paesi europei dove invece l’affluenza alle urne è cresciuta, sia pure di poco. Un dato che non sorprende, però, visto che mentre in passato l’Italia era stata uno dei paesi dove più alta era stata la partecipazione al voto, dai primi degli anni ottanta, un pò perchè Mani Pulite aveva scoperchiato il giro di tangenti tra imprenditori e politici, un pò perchè cominciava ad incrinarsi la fiducia nelle ideologie salvifiche, anche gli italiani cominciarono ad andare alle urne con meno entusiasmo. Meglio, sancirono i sociologi: è il segno che siamo anche noi diventati una democrazia matura. Tanto matura che nel 1993, con due leggi, la numero 276 e la numero 277, votare non fu più considerato un diritto e un dovere, bensì solo un diritto. Si sanciva così definitivamente l’astensionismo.

Eppure, quando dopo il fascismo, nel 1946 prima alle amministrative poi al Referendum tra Monarchia e Repubblica, gli italiani e, per la prima volta, anche le italiane andarono a votare si superò la percentuale del 90% dei partecipanti. Vero che le donne andarono ai seggi accompagnate da mariti bravi suggeritori o dagli avvertimenti del parroco che nelle prediche elargiva i suoi consigli, ma nella cabina elettorale le donne entrarono da sole e comunque vinse la Repubblica. Così come al Referendum sul divorzio le donne non si sono fatte spaventare dall’ipotesi che con questa legge il marito potesse felicemente abbandonarle per una più giovane lasciandola coi figli in miseria. Nè al Referendum sull’interruzione di gravidanza hanno temuto che un fidanzato mascalzone o un padre- padrone potesse obbligarle ad abortire contro la loro volontà, ben consapevoli dei guai che avevano passato a praticare l’aborto in clandestinità rischiando la salute.

Non mi pare che alle donne italiane la politica non interessi, quindi. Il movimento femminista degli anni settanta-ottanta è stato uno dei più vivaci, attivi, partecipati dell’intera Europa. Partecipavano tutte le italiane? No. Ma molte, anche se non erano femministe, avevano capito che occorreva alzare la testa e battersi perchè la parità di diritti non fosse solo scritta nella Costituzione ma diventasse parte viva nella società. E allora che è successo? L’impressione che si ha di fronte a questa metà delle donne che non è andata a votare alle europee e di fronte a quest’altra metà che ha votato in gran parte per Salvini, è che le donne hanno perso fiducia negli uomini che dovrebbero rappresentarle e sbagliando si astengono, come se il loro non voto potesse modificare gli assetti parlamentari usciti dalle urne.

La crisi economica da cui l’Italia da oltre dieci anni non riesce ad uscire le donne la patiscono ancora più degli uomini: studiano e vanno bene a scuola, spesso si laureano pure ma poi, quando cercano un lavoro, fanno più fatica dei maschi a trovarlo tanto che in Europa il nostro sud ha una percentuale assai bassa di donne con un lavoro regolare e assai alta, invece, di donne con un lavoro in nero che non risulta dalle statistiche ma si accetta perchè si ha bisogno di campare. Le donne sono quelle che fanno la spesa e, a volte, non arrivano a fine mese. Sono quelle che soffrono nel non poter comprare ai figli quello che chiedono, e chiedono tanto, oggi, i figli in una società fondata sul consumismo. Sono quelle che ancora devono subire il ricatto del padrone che le pone di fronte all’alternativa o il lavoro o un bambino.

Che a parità di ruolo, quando un posto ce l’hanno, guadagnano meno del collega maschio. Le donne continuano a faticare il doppio degli uomini, dividendosi malamente tra le pulizie di casa, l’assistenza ai parenti ormai vecchi, la cura di un figlio se sono riuscite ad averlo, l’attenzione per un compagno spesso demotivato e frustrato e quello schifo di lavoretto precario che si tengono strette con le unghie e con i denti. Non è un caso che, nelle ultime elezioni, non solo in queste europee, in molti paesi occidentali, si sta verificando una frattura tra chi vive nei centri cittadini e chi vive nelle periferie, nei paesi, nelle campagne. Lo abbiamo visto in America con Trump, lo rivediamo in mezza Europa.

Chi sta in centro ha più scuole, più autobus, più assistenza medica, più palestre, non si trova una famiglia rom sul pianerottolo, ha uno stipendio, basso, ma ce l’ha, ha il tempo per seguire i servizi di informazione alla tv e perfino per leggere il giornale: è più ricco oppure più ricca e va a votare. Gli altri, tanti, sono e si sentono emarginati e non votano. Le donne per prime. Sbagliano. Vero. Ma se invece di promettere asili nido al sud li facessero questi benedetti asili nido, se invece di spingerle al lavoro nero dessero alle donne un posto dignitoso, se ci fosse una assistenza sociale efficiente per i vecchi che vivono in casa, se i parchi e i giardini non fossero delle discariche dove nessuno ha voglia di sedersi su una panchina, forse le donne tornerebbero a votare. Le donne che questa crisi ha umiliato e offeso più del necessario, di promesse non ne possono più. Vogliono fatti.

Noi a Roma ci lamentiamo delle buche nell’asfalto, ma molte strade di campagna l’asfalto non ce l’hanno affatto: sono sterrate. Noi abbiamo un pessimo servizio di nettezza urbana: ma molti la spazzatura se la devono caricare in macchina e andarla a portare al centro di sversamento. E via così. Il dislivello tra chi ha, magari anche molto, e tra chi ha poco o pochissimo si è accentuato con questa globalizazzione non governata. L’astensionismo ne è uno dei suoi frutti. E le donne sono le prime a praticarlo perchè solo le prime a patirlo. Se almeno una cosa si facesse in loro favore riprenderebbero a votare e magari non voterebbero solo Salvini. Ma se perfino sugli assorbenti per le mestruazioni non si riesce ad avere prezzi calmierati e qualcuno propone addirittura delle coppette riciclabili in nome del rispetto dell’ambiente, come se fosse questo il vero danno che stiamo arrecando al nostro pianeta, c’è poco da essere ottimisti.

Leave a Reply