EUROPA

Economia gialloverde

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Le decisioni di politica economica prese e quelle non prese (ma annunciate) dal governo gialloverde paiono finora entrambe letali per la nostra economia che si appresta a mutare il passo da una faticosa ma ben avviata ripresa ad un progressivo rallentamento.

Pregiudizi? No, togliendo il “pre”, giudizi che discendono dai più recenti indicatori statistici e da analisi fondate.

A livello internazionale con il rafforzamento della crescita sta cambiando l’orientamento della politica monetaria da ultra espansivo a moderatamente restrittivo: in Europa da gennaio 2019 terminerà il Quantative Easing e a seguire vi sarà un probabile rialzo dei tassi mentre negli Stati Uniti e nel Regno Unito già sono in atto tendenze simili, come pure in Giappone. Altro rischio: le potenziali guerre commerciali connesse alle politiche dei dazi inaugurate dall’amministrazione Trump potrebbero incidere negativamente sulla dinamica del commercio mondiale, come anche l’attuale tendenza all’aumento del prezzo del petrolio.

Ma il governo gialloverde si muove come se l’economia italiana fosse un’isola felice al riparo da tutto. Il rialzo dei tassi (di cui abbiamo già avuto in questi mesi estivi un primo assaggio in termini di allargamento dello spread dovuto esclusivamente ai timori dei mercati conseguenti ad annunci di policy poco cauti e contraddittori da parte di esponenti del governo) dovrebbe in prospettiva preoccupare per l’impatto fortemente negativo sia sull’attività produttiva che sulla tenuta dei conti pubblici e indurre a maggiore prudenza nelle parole e nei fatti, con una forte determinazione a rispettare i vincoli europei che impongono ad un paese indebitato come l’Italia di ridurre il peso del debito sul Pil.

Come, anche, dovrebbe preoccupare il rallentamento del commercio mondiale per gli effetti sulle nostre esportazioni che hanno costituito il traino della ripresa congiunturale.

Ebbene nulla si fa per sostenere le imprese che anzi rischiano di essere penalizzate da nuove e più rigide regolazioni del mercato del lavoro e soprattutto dal clima d’incertezza che regna sul destino di opere infrastrutturali fondamentali per lo sviluppo del Paese, non ultima la complessa gestione della ricostruzione del Ponte Morandi di Genova. Le imprese restano così in una posizione di attesa e rinviano gli investimenti e le potenziali nuove assunzioni.

La scarsa trasparenza sulla reale capacità e volontà di trasformare da potenza in atto, seppure con un approccio graduale, il programma di governo (CONTRATTO) tiene infatti tutti gli italiani con il fiato sospeso: i contribuenti, che non sanno se aspettarsi aumenti dell’IVA o riduzioni delle aliquote sui redditi percepiti tramite la cosiddetta “flat tax”, benefici dalla cosiddetta “pace fiscale” o riduzioni delle agevolazioni finora godute; i pensionati, che non sanno se avranno aumenti delle pensioni minime o tagli delle cosiddette “pensioni d’oro”; i disoccupati o in cerca di lavoro, che non sanno se, quando e in che misura avranno il cosiddetto “reddito di cittadinanza”; i lavoratori, che non sanno se il “decreto dignità” darà loro più o, viceversa, meno opportunità di impiego; coloro vicini alla pensione, che non sanno se i limiti di età e contribuzione imposti dalla riforma Fornero saranno ancora in vigore o verranno abbassati; i consumatori, che non sanno se potranno o meno continuare gli acquisti domenicali nei centri commerciali. Fortunatamente, il proposito di chiudere l’Ilva di Taranto contenuto nel CONTRATTO è stato accantonato e l’accordo predisposto dal precedente governo mantenuto, evitando una grave crisi industriale e occupazionale.

Si avvicina l’autunno. Oltre alle foglie, cadranno i primi veli: l’articolazione della manovra di bilancio 2019 dal lato delle entrate e da quello delle spese accompagnata dalla coerente enunciazione degli obiettivi di crescita, deficit e debito pubblico farà emergere il disegno di politica economica e le relative modalità di attuazione. Al momento vi è una sola certezza, che il programma di governo può essere finanziato unicamente in due modi: con tagli di spesa o con aumenti di imposte, anche operando attraverso una redistribuzione del reddito tra le varie categorie sociali. Gli interventi che non troveranno una compensazione nell’equilibrio tra entrate e uscite daranno luogo a maggior deficit e quindi maggior debito e poi maggiore spesa per interessi e così via.

Si tratta di riconoscere che esiste ormai da decenni un vincolo alla crescita del nostro Paese costituito dall’onere elevato del debito pubblico e che l’unica via per allentarlo è non aggirare il problema ma affrontarlo con un serio piano di riforme strutturali che tenga insieme l’aggiustamento progressivo dei conti e le esigenze della crescita economica.

Saprà la prima manovra gialloverde, oltre che ridare il fiato agli italiani in ansia, dare una risposta valida a questi problemi?

L'Italia Che Verrà

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