EUROPA

Serve un nuovo europeismo

Shares Share

Nel nuovo mondo globalizzato l’Europa unita è garanzia di pace e sicurezza di tutte e tutti. Serve un nuovo europeismo per dare la forza all’Europa di andare avanti. L’Unione politica, democratica e partecipata, è l’altro passo necessario per dare risposte alle nuove domande e attese delle cittadine e dei cittadini che vivono grandi e radicali cambiamenti nel loro modo di vivere e produrre.

Bisognerà aspettare per vedere come il nuovo governo M5S-Lega, frutto di un’alleanza tra due forze antisistema e sovraniste, terrà fede agli impegni assunti sull’appartenenza dell’Italia all’Unione europea. Intento non si possono non affrontare da subito gli effetti di una tale alleanza per l’Italia e l’Europa. A parere di chi scrive si tratta di una saldatura politica che non può essere vista e affrontata con lo schema bipolare nazionale, destra e sinistra, ma con un’alleanza strategica europeisti e antieuropeisti. Deve essere chiaro che il risultato del voto del 4 marzo ha a che fare con l’Europa. Il consenso elettorale di queste due forze nasce proprio dal fatto che danno voce al malessere sociale e alle identità culturali che si sentono minacciate dall’approfondimento della costruzione europea. Ed è ovvio che in questo hanno giocato molto le politiche rigoriste e le stringenti compatibilità che esse comportano per gli Stati più vulnerabili. Ma da lì a pensare, come le attuali forze di governo hanno fatto credere nei loro propositi elettorali, di poter dare delle risposte ripiegando su una visione nazionale della globalizzazione, è un’illusione, i cui costi sarebbero molto gravi anche per la sicurezza e la coesistenza pacifica di tutto il continente europeo.

Nessuno dei grandi problemi che abbiamo di fronte – la pace e la sicurezza, lo sviluppo, l’ambiente e la competitività – potranno essere affrontanti ripiegando su se stessi, isolandosi dal resto del mondo. Se l’Europa non sarà unita, di qui a pochi anni essa conterà poco a livello mondiale e tutti i Paesi europei, inclusi i più nazionalisti e sovranisti, saranno scavalcati dai grandi Paesi cosiddetti emergenti con più popolazioni e con più capacità di produzione.

L’altra ragione che spinge verso un’Europa unita risiede nei grandi cambiamenti in atto nel modo di produrre, nel rapporto uomo-natura, nel modo di intendere la libertà individuale e i sui limiti, la riproduzione umana come merce e la dignità della donna e dei bambini. Qui si corre il rischio che la crescita produttiva moderna entri in conflitto con le ragioni della vita, della sopravvivenza stessa della specie umana.

Anche il grande problema dei nuovi flussi immigratori, completamente diversi da quelli conosciuti nel passato, richiede iniziative condivise a livello di Unione europea e anche con i Paesi e i contenenti da cui provengono, per renderli compatibili con le potenzialità di sviluppo e di convivenza.

Qui sta la necessità per le forze europeiste di imporre un profondo cambiamento nel loro modo di pensare e vivere l’Europa. C’è urgente bisogno di mettere insieme forze ed energie per un nuovo Patto su una visione dell’Europa, non più asfittica ma vissuta e partecipata dalle sue cittadine e dai suoi cittadini. Nel nuovo mondo globalizzato è a livello di Unione europea che si devono ridefinire aspetti fondamentali della convivenza, come la coesione, l’equità dello sviluppo e i diritti fondamentali della persona, come parte di un patto di cittadinanza che lega donne e uomini allo Stato nazionale e anche all’Unione europea.

L’Europa unita oggi più che mai ha bisogno di una rotta chiara, senza insidie, e questa rotta si chiama Unità politica anche per assicurare l’unità tra i popoli. In particolare serve una chiarezza di visione e di direzione su un’Unione politica, democratica e partecipata, per evitare di assecondare l’attuale fase del capitalismo globale che ha sempre più difficoltà a coniugarsi con la democrazia rappresentativa.

Viviamo tempi complicati, e proprio per questo abbiamo bisogno di perseguire obiettivi chiari, senza inganni lessicali, se si vuole evitare che gli elementi di coesione sociale che l’Europa ha saputo costruire nel secolo scorso e che la distinguono ancora dal resto del mondo come una società più umana e più giusta, non siano spazzati via dalle paure e dai nazionalismi.

Oggi la sfida è, quindi, allo stesso tempo politica, culturale e programmatica. Al centro di questa sfida vi è l’esigenza di creare lavoro per masse crescenti di milioni di disoccupati, innanzitutto donne e giovani. E ciò in un’Unione europea che ha ancora molti pezzi di economia in media scarsamente competitive anche per la persistente deregulation nel mercato mondiale, e che allo stesso tempo non possono contare su risorse pubbliche adeguate, perché limitate dal peso dei vincoli al rientro del debito e su un ridotto afflusso degli investimenti privati. E’ evidente allora che occorre una svolta profonda nell’agenda europea se si vuole mettere un argine serio al prevalere delle forze antisistema e sovraniste.

Soltanto l’affermazione di politiche volte a promuovere la libertà, come possibilità di affermare pienamente se stessi nel lavoro e nella vita sociale; e la sicurezza, intesa come espansione della cittadinanza e di protezione sociale che non può più essere concepita come una garanzia riservata al lavoro a tempo indeterminato, può consentire di tornare a guardare all’Europa di “ tutte e tutti”.

Di qui deve partire l’idea di un nuovo sistema democratico europeo basato sugli imperativi dettati dalla ragione e dall’esperienza di vita concreta delle persone e con Istituzioni che consentano di decidere. In questo quadro il valore aggiunto della partecipazione è fondamentale per dare forza e consistenza reale all’Unità politica. Questa è una considerazione che non può più essere trascurata in un sistema che richiede da una parte competitività e dall’altra condivisione di responsabilità e valori comuni, come ad esempio quello della solidarietà di fronte ai nuovi flussi migratori.

Il processo di europeizzazione, quindi, non può più essere inteso soltanto come procedura istituzionale, ma va visto anche come insieme politico che dia senso e valore all’appartenenza a uno spazio politico comune. In sostanza, guardando anche alle prossime elezioni europee, penso sia necessario rendere possibile un nuovo assetto politico europeo tra europeisti e antieuropeisti. In un siffatto quadro politico si potrebbe capire meglio anche il senso dell’Europa politica, perché più facilmente si potrebbero produrre le potenze atte a far politica ai livelli esclusivi in cui si compiono le scelte e allo stesso tempo garantire alle cittadine e ai cittadini la possibilità di verificarne la loro attuazione concreta a livello nazionale, regionale e locale, a partire ad esempio da quelle su un migliore utilizzo delle risorse europee nel nostro Paese, il cui imperdonabile spreco ci porta a essere un contributore netto, senza mai sapere del come e del perché.
Questo, a mio avviso, aiuterebbe una più diffusa consapevolezza politica e culturale a sostenere anche dal basso il salto che l’Europa deve compiere nella direzione dell’Unione politica.

Qui quindi le ragioni di un nuovo europeismo, più coinvolgente e partecipato; e chi in politica, nella società civile, nel mondo della cultura, della rappresentanza sociale ed economica ci crede scenda in campo e faccia la sua battaglia con passione e coerenza.

 

 

L'Italia Che Verrà

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra verso terzi. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi