Europa

Serve un nuovo progetto di Europa

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Oggi non basta più dire Europa, bisogna spiegare quale Europa si vuole, quale patto sociale ne garantirà gli equilibri, come si rinnoverà la sua coesione e con quale governo si deciderà. Alla Politica serve una spinta che venga dalle donne, dai giovani, dalle forze sociali, culturali, produttive e tutta quella parte, non piccola della società che vuole poter guardare con fiducia al futuro dell’Europa unita..

Di fronte alla strategia degli estremismi che puntano a un arroccamento intorno agli stati nazionali, l’europeismo deve darsi una nuova missione: mettere insieme tutte le forze, risorse ed energie che ci sono nella società per salvare l’unità europea. L’europeismo, oggi come ieri, deve dimostrare di possedere ancora un’anima e una prospettiva.

Il rischio che corriamo, infatti, è che il senso di appartenenza a una civiltà europea possa essere sostituito dal ritorno, apparentemente tranquillizzante, delle cosiddette “piccole patrie”.

L’attacco in atto all’unità europea, partendo dai suoi principi fondanti come la solidarietà e la gestione condivisa, ha proprio quest’obiettivo.

L’Unione europea nasce come comunità di solidarietà interna. Subito dopo la seconda guerra mondiale, la solidarietà s’imponeva per necessità interna e nel corso del tempo, è diventata una necessità per la sua proiezione esterna in particolare nella situazione di transizione verso “la nuova divisione del lavoro” e globalizzazione nella quale ci troviamo. D’altra parte la legittimità di decidere efficacemente e consensualmente è diventata anch’essa una necessità per la sua stessa tenuta. Tuttavia la questione resta ancora aperta in virtù del fatto che la responsabilità di decisione a livello Ue non risiede nel Parlamento e neanche nella Commissione, ma nel Consiglio dei Ministri, e quindi nella facoltà dei governi nazionali. Sono, infatti, i governi a decidere strategie e politiche. L’Unione europea agisce esclusivamente nei limiti delle competenze che le sono attribuite nei Trattati dai governi degli Stati aderenti per realizzare gli obiettivi da questi stabiliti. In un tale quadro la competenza europea in materia migratoria è degli Stati aderenti, che tradotto in parole povere, vuol dire che sono i governi degli Stati aderenti a dire l’ultima parola sulle leggi che si devono adottare in materia immigratoria.

Qui vale la pena ricordare anche che i più duri oppositori a una politica immigratoria comune sono i Paesi cosiddetti di Visegrad: Slovacchia, Repubblica Ceca, Polonia e Ungheria, paese quest’ultimo guidato da quel Viktor Orban a cui Salvini guarda con tanto interesse. Sono questi i Paesi che hanno bloccato la riforma del regolamento di Dublino proposta dalla Commissione e approvata dal Parlamento. Sono sempre questi stessi Paesi che si sono opposti alla richiesta del governo Salvini-Di Maio per una redistribuzione europea dei migranti che arrivano sulle coste italiane.

Il governo gialloverde ha una grande responsabilità per lo stallo europeo. Perché se si vuole effettivamente una politica europea comune sull’immigrazione non si può fare il doppio gioco: da una parte chiedere che gli altri Paesi si facciano carico del problema e dall’altra allearsi con chi quel problema non la vuole affrontare. Questo è un gioco al rimpallo che serve solo a mettere a repentaglio l’unità europea e buttare discredito sul nostro Paese.

L’Italia ha sempre avuto un ruolo propulsivo verso l’integrazione europea. Oggi rompendo con la sua tradizione storica ha un ruolo di freno e di messa in difficoltà dell’idea stessa d’Europa.

Con il governo gialloverde, infatti, la politica europea dell’Italia ha iniziato a spostarsi verso la sponda apposta a quella della sua storia. Sotto la guida dell’estremismo gialloverde, l’Italia, da Paese fondatore dell’Unione europea, si accoda a Viktor Orban e alla sua “democrazia autoritaria”. Un modello di democrazia che vige dalla Russia alla Turchia e che postula la società chiusa quella che tende a concentrare nelle mani di pochi, e spesso fuori dalle Istituzioni, il potere; che limita la libertà di stampa e di pensiero; che non tollera contraddittori; che nega il valore della competenza; che limita i diritti e le libertà individuali, a cominciare da quella delle donne.

Siamo alla vigilia di una campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo che cadrà in un momento davvero cruciale per il futuro dell’Unione europea e per la co-esistenza pacifica nel Mediterraneo. Per le forze politiche europeiste è il momento di andare oltre le loro divisioni interne e di agire, di non lasciare ad alcune forme di estremismo la risposta al sentimento di paura e d’insicurezza che colpisce oggi milioni di europei. L’impegno deve essere quello di non rinchiudersi nel già noto o nel già fatto, di non confondere i principi con le politiche, ma di saper immaginare insieme una nuova Europa di donne e uomini, ancorata al suo patrimonio di civiltà e di valori coesivi; capace di affrontare le sfide che pone il mondo contemporaneo; in grado di dare risposte alle cittadine e ai cittadini e di costruire il futuro.

La strada da percorrere è la costruzione di una grande alleanza di donne e uomini rappresentativi della società. Perché se è vero che l’emergenza è costruire un argine alla deriva estremista, è altrettanto vero che la risposta deve essere innovativa e all’altezza dell’obiettivo che si vuole raggiungere. Serve quindi una grande alleanza europeista con e della società basata su un nuovo progetto per l’Europa delle persone.