Italia

Come superare il sistema dei circa 8mila comuni italiani

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Secondo l’ANCI sono 7.954 i comuni italiani esistenti al 4 giugno 2018 e tra questi esistono comuni molto grossi, come il Comune di Roma, che si sviluppa su un territorio pari a quello di nove città italiane (Milano, Torino, Firenze, Bari, Napoli, Genova, Catania, Bologna, Palermo) e che nessuno in questi anni è riuscito ad articolare in comuni metropolitani superando gli attuali municipi senza bilancio e senza poteri.

Ma esistono anche molti piccoli comuni che potrebbero essere unificati riducendo le spese e migliorando i servizi ai cittadini. Basta ricordare ad esempio che:

  • circa 2000 comuni hanno meno di 1000 abitanti
  • i comuni di Pedesina, Moncenisio, Morterone e Briga Alta hanno meno di 42 abitanti
  • otto comuni si dividono la giurisdizione dell’isola d’Elba, mentre altri sei comuni dovrebbero governare l’isola di Ischia.

L’obiettivo della fusione di piccoli comuni era stato introdotto già dalla Legge 142/90, ma non ha avuto grande successo, anche se nel 2018 le difficoltà economiche di fornire i servizi ai cittadini hanno portato alla creazione di 19 nuovi comuni per incorporazione volontaria di 42 comuni soppressi.

Anche Walter Veltroni nella campagna elettorale del 2008 propose l’accorpamento dei micro-comuni, di quelli almeno che stanno sotto i mille residenti e penso che in un programma di riforme per il paese non può mancare un progetto che riesca a superare l’attuale parcellazione di uffici e di servizi, che non riescono a dare risposte adeguate ai cittadini.

A questo proposito sarebbe utile esaminare come Francia e Germania hanno affrontato il problema di una complessa articolazione comunale presente nei loro paesi da lungo tempo.

A prima vista la Francia, con i suoi 36.000 comuni e la Germania con 12.000, “superano” ampiamente gli 8000 comuni italiani, ma l’organizzazione e la gestione amministrativa sono molto diverse.

In Francia, poiché la maggior parte dei comuni non supera i 2000 abitanti, con potenzialità insufficienti ad erogare servizi complessi ai cittadini, dagli anni ‘60 si è cercato di organizzare la gestione associata di una molteplicità di servizi, culminati nella recente riforma di Hollande che ha introdotto gli EPCI, Enti Pubblici di Cooperazione Intercomunale, dotati di autonomia amministrativa e personalità giuridica.

Le scelte politiche di un EPCI vengono decise in un’assemblea eletta dai comuni che ne fanno parte. L’EPCI ha un proprio bilancio finanziario, personale assegnato, ed amministra praticamente il territorio.

Oggi il 95% dei comuni fa parte di una struttura EPCI che ne comprende almeno 10 per un totale di circa 20.000 abitanti. Ecco allora che in questo quadro più che immaginare 36.000 comuni che agiscono su bilanci e servizi ognuno per conto suo, si può pensare a 3600 Enti che gestiscono fondi e servizi secondo le indicazioni dell’assemblea intercomunale.

Anche in Germania il 60% dei comuni ha aderito ad un Consorzio erogatore di servizi che elabora scelte condivise con gli amministratori locali interessati. È bene ricordare che negli anni ‘90 i comuni tedeschi erano oltre 24.000, ma con l’intervento del governo e dei Land si è arrivati al dimezzamento, raggiungendo l’obiettivo di mantenere comuni con almeno 5mila residenti nelle aree agricole e con almeno 25mila in quelle industriali.

In un vecchio articolo del 2008, Vittorio Emiliani, nell’analizzare questo problema, ricordava come gli altri paesi europei fossero intervenuti già allora per unificare i piccoli comuni e dare più forza ai nuovi enti locali. In particolare:

  • In Danimarca hanno ridotto i comuni da 1.388 a 275 (e le province da 22 a 14),
  • in Belgio da oltre 2.500 a meno di 600,
  • nel Regno Unito da 1.830 autorità locali si è scesi a 486.

Proprio per la complessità che riveste e per la necessità di affrontarlo al fine di garantire una modernizzazione del sistema paese, anche questo argomento deve tornare al centro di ogni iniziativa riformista dei prossimi mesi.

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