Italia

Due domande sull’immigrazione

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Ci sono pensieri che non se ne vanno, domande alle quali non si riesce a dare una risposta. Non questioni grandi, irrisolvibili, metafisiche, ma piccoli quesiti che continuano a girare in testa senza trovare una soluzione logica.

Il nostro ministro dell’Interno Salvini dichiara quotidianamente di volere che gli italiani abbiano una vita sicura: meno aggressioni, meno furti, meno violenze, meno truffe, meno ansia. La risposta, a suo dire, è meno immigrati illegali: si può discutere se sia vero o falso questo assunto ma è quello che sta cercando di fare.

Perché chiudere i Centri di accoglienza?

Non si capisce, però, perché, per arrivare a questo risultato, Salvini abbia deciso di chiudere i CARA, i centri d’accoglienza che, bene o male, tenevano sotto controllo un certo numero di immigrati. E soprattutto perché chiuderli tutti visto che alcuni funzionavano, davano lavoro ad alcuni italiani esperti della materia ma, soprattutto, avevano realizzato una buona forma di integrazione con la popolazione locale che non avrebbe mai voluto vedere andare via i suoi immigranti.

Gli immigranti in fuga da guerre o da persecuzioni in quanto profughi ai quali spetta dare asilo verranno distribuiti in centri più piccoli, sparsi nel nostro territorio. Gli altri, quelli arrivati da noi per costruirsi un avvenire migliore di quello che gli toccava se restavano a casa loro, no. E dove andranno queste centinaia di persone fino ad oggi in attesa di una protezione umanitaria ormai scomparsa? Andranno per strada, privi di ogni assistenza.

Ma un uomo senza un tetto, senza un pasto, senza un lavoro che altro potrà fare se non rubare, aggredire, importunare, chiedere l’elemosina, sdraiarsi sui marciapiedi, oppure, peggio, infoltire le schiere di malavitosi, sfruttatori, spacciatori di droga, criminali di ogni genere? E questo, come è ovvio, non garantirà certo una più ampia tutela agli italiani, i cittadini per la cui sicurezza è stata compiuta tale scelta. Salvini la spiega questa contraddizione? No. Per ora non la spiega. Ma il dubbio che sia sbagliata resta.

 

Come far rispettare gli impegni alla Libia?

La Libia è un paese spaccato in due metà, percorso da bande di questo o quel clan che rendono feroce l’esistenza dei suoi abitanti. Gli africani che, nella speranza di arrivare in Europa, raggiungono la Libia dopo viaggi defatiganti attraverso il deserto, vengono tenuti in una sorta di campi di detenzione sottoposti a ogni genere di violenza in attesa che una banda di delinquenti non li metta su un barcone affidandoli alla buona sorte di un mare tranquillo.

E’ talmente intollerabile la loro situazione in questi così detti campi di accoglienza che molti di loro hanno dichiarato di preferire morire piuttosto che farvi ritorno. Eppure toccherebbe ai libici riprendere questi barconi che si avviano nel Mediterraneo fin tanto che sono nelle loro acque e riportare i fuggiaschi a terra rinchiudendoli di nuovo in campi che di umano hanno ben poco.

E’ possibile che l’Onu non possa intervenire per controllare le condizioni in cui queste persone vengono trattenute? Eppure l’Onu lo paghiamo noi e con i nostri soldi l’Onu ha allestito un esercito di Caschi Blù ed ha funzionari e impiegati preparati ad affrontare guerre fratricide, stermini, carestie e gli altri infiniti mali di questo mondo. Non si tratta, qua, di schierarsi da una parte o dall’altra tra due contendenti col solito problema del possibile veto all’interno del Consiglio di Sicurezza che paralizza ogni decisione.

Si tratta di sorvegliare che gli impegni sottoscritti dai libici vengano mantenuti perché non capiti più che la Guardia costiera libica non risponda neppure agli appelli di un barcone che sta affondando né che i superstiti di un naufragio si rifiutino di salire su una nave libica nel terrore di tornare in quei maledetti campi da cui stanno scappando.

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