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Il pericolo default non viene dall’Europa, ma dalle agenzie di rating USA e non si risolve con il CIR

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Si fa sempre più intensa in questi giorni la campagna di Salvini e Di Maio contro l’Europa e la stampa, che sarebbero responsabili della crescita dello spread sui titoli di Stato italiani. In realtà Draghi e molti economisti hanno evidenziato come siano le forzature del Governo e le parole in libertà di alcuni ministri a causare gli aumenti dello spread.

Sembrano tutti presi da questo conflitto con la Commissione Europea, mentre sembrano sottovalutare gli appuntamenti di fine ottobre che possono realmente portare al superamento di quota 400 e ad una situazione di crisi simile a quella che nel 2011 provocò la crisi del governo Berlusconi.

Infatti il 26 ottobre Standard and Poor’s e a fine mese Moody’s, Fitch e DBRS aggiorneranno le valutazioni sulla capacità dei singoli paesi di restituire il debito accumulato con i titoli di Stato.

Dovranno cioè stabilire con un “rating” se le politiche economiche attuate dall’Italia per il prossimo anno possono aumentare o diminuire la capacità di restituzione del debito nei confronti di chi ha investito in titoli italiani. Tutti gli investitori tengono conto di questo rating per acquistare o meno titoli emessi dagli Stati.

Le attuali valutazioni del rating italiano sono a pochi gradini dal giudizio di titoli spazzatura (Junk) e tutto dipenderà dalla valutazione sul DEF e sulla finanziaria presentata dal Governo in Parlamento. Tutti i fondi di investimento hanno un regolamento interno che vieta espressamente di acquistare titoli con valutazione Junk.

La BCE fino a gennaio, quando interromperà il QE (Quantitative Easing), può ancora acquistare titoli degli Stati su cui almeno una Agenzia di rating continua ad esprimere giudizio diverso da Junk. Anche le banche italiane che già hanno in pancia una grande quantità di titoli subirebbero un pesante calo del loro valore azionario e sarebbero costrette ad avviare una ricapitalizzazione, limitando quindi la loro capacità di acquisto titoli.

Ogni anno il Tesoro emette 400 Miliardi di titoli utilizzati in gran parte per pagare pensioni e stipendi e questi titoli vengono acquistati per il 30% da investitori stranieri, che cesserebbero di comprarli e per la restante parte da banche italiane e dal meccanismo di QE della BCE, che sarebbero costretti a ridurne l’acquisto per le ragioni sopra esposte.

Coscienti di giocare col fuoco Lega e 5 Stelle stanno cercando una soluzione partendo dalla solita logica sovranista. L’idea avanzata dal sottosegretario leghista Armando Siri parte dal fatto che oggi solo il 5% delle famiglie italiane investe sui titoli pubblici, mentre nel 1988, quando c’era la Lira, l’investimento coinvolgeva il 57% delle famiglie.

La proposta sarebbe quella di spingere i risparmiatori italiani ad acquistare quei titoli che non comprerebbe nessuno e prevede l’istituzione di nuovi conti individuali di risparmio (CIR) che potrebbero usufruire di una deduzione fiscale del 23% e di una non imponibilità sui rendimenti. Non credo che gli italiani siano disposti ad investire i propri risparmi in titoli di dubbia restituzione, senza dimenticare che questo tipo di esenzioni fiscali non sono consentite né dalle norme europee, né da quelle che regolano tuti i mercati, rischiando di collocare l’Italia fuori dal contesto internazionale.