Italia

Le sfide secolari lanciate dalla migrazione delle genti in corso

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Siamo ancora commossi al ricordo della foto di quel bambino migrante trovato morto in riva al mare di Bodrum in Turchia tre anni fa. In quell’istantanea c’era l’idea dell’abbandono e del destino malvagio che colpisce donne e uomini che con gli ultimi risparmi rimasti fuggono dalla terra in cui sono nati, subiscono le peggiori angherie e mettono in pericolo la propria vita; alla ricerca di un’esistenza degna di essere vissuta in un altro mondo sognato come ricco e civile ….poi l’atroce disillusione, alla fine del viaggio (se una fine arriva, invece della morte), di trovare emarginazione, solitudine e povertà. La foto di quel bambino sintetizza nei nostri cuori la via crucis dei tanti che continuano a fuggire da anni dai paesi poveri a ritmi sempre più serrati. Esiste un’immigrazione le cui direttrici di arrivo sono diverse, quali quelle di provenienza dalla Romania, Cina, Sud est asiatico; ma l’odissea dai paesi africani supera ormai di gran lunga il numero degli arrivi da altre località d’origine 1 e carica di drammaticità il momento dell’arrivo e dell’impatto con le popolazioni (prima ancora degli “Stati”) che ricevono i nuovi arrivati.

Una nave salvataggio rimorchia a Tenerife, Isole Canarie, un barcone proveniente dall’Africa con 78 passeggeri. Novembre 2008. (AP Photo/EFE, Manuel Lerida)

Il sentimento, la commozione e l’empatia, tuttavia, non devono e non possono collocarsi in uno spazio soggettivo in cui si perda il filo del pensiero razionale e dialogante. E’ necessaria una dimensione di riflessione critica che sia cosciente di due elementi di realtà: 1. il grande fenomeno migratorio in corso vede, in netta prevalenza come paesi di provenienza, gli Stati dell’Africa centrale e settentrionale. Ciò significa che – visti i ritmi di incremento della popolazione di quel continente e gli assetti economici attualmente dominanti in quei Paesi – siamo di fronte ad un passaggio storico epocale, in condizione di caratterizzare nel profondo, non solo l’arco delle vite degli attuali abitanti dell’Europa, ma anche quello di tutte le generazioni future; 2. L’arrivo e la permanenza nei paesi europei di grandi masse di persone diseredate in cerca di lavoro, di abitazioni e di una vita civile nelle comunità che li accolgono costituisce un problema, non solo per “chi arriva”, ma anche per “chi accoglie”, cioè a dire per le popolazioni dei paesi e delle periferie metropolitane – generalmente non abbienti – dove la maggioranza degli immigrati va a vivere.

Siamo di fronte alla realtà di una migrazione epocale che origina da un continente la cui popolazione negli ultimi 90 anni è cresciuta nove volte, passando dai 150 milioni di abitanti del 1930 ala popolazione attuale di 1,3 miliardi di persone; se continuerà il trend attuale, entro il 2050 l’Africa avrà 2,5 miliardi di persone. Ciò a fronte di una popolazione attuale dell’Europa (esclusa Russia e Turchia) di circa 740 milioni di persone, con una prospettiva al 2050 stimabile in 800 milioni. Il confronto parla da solo: nessuna “decreto” o altro espediente statalistico potrà frenare lo slancio migratorio in corso dall’Africa verso l’Europa.

Questi sono in sintesi i dati di realtà presente, che ci arrivano – come sempre – in modo storicamente inaspettato e nel vivo di una crisi economica grave che colpisce popolazioni europee giunte – da 50 anni o più di recente – a condizioni economiche di soddisfacente agiatezza.

E’ facile prevedere il sorgere di fortissime tensioni sociali e politiche. Da questo non si sfugge. Tuttavia è la qualità della risposta a questi problemi che sancirà la capacità di popoli e classi dirigenti di gestire il nostro futuro.

Da questo punto di vista, la propaganda dei partiti europei cosiddetti “populisti”, tutta basata su un atteggiamento di natura “difensiva”, di contenimento, di “chiusura delle frontiere”, oltre ai danni di natura culturale che arrecano alla cultura occidentale intrisa da secoli dei principi di “libertà, eguaglianza e fraternità” – appaiono come il classico dito con il quale si voglia occludere la falla della stiva di una nave. Ci vuole ben altro!

La ragione e i principi valoriali in cui sono immersi da duemila anni i popoli dell’Europa, il sistema sociale economico e politico al qual faticosamente siamo alla fine giunti impongono risposte adeguate alla sfida dei tempi. Di vari tipi:

  1. C’è una questione relativa al “soggetto politico-istituzionale” cui affidare la gestione dei cambiamenti in atto. Qui bisogna essere netti e chiari: gli Stati nazionali europei non possono più essere i protagonisti di alcuna politica “storica”, in presenza di competitors che si chiamano Stati Uniti, Russia e Cina. C’è un problema di evidente irrilevanza e di scarsissimo peso economico-politico di fronte alle altre realtà politico-economiche che ogni giorno di più si comportano da potenze “imperiali” e che, si sottolinea, sviluppano proprie politiche nei confronti di quella stessa Africa le cui contraddizioni indotte dall’esterno si riversano poi sulla vita delle popolazioni dell’Europa. In quest’ottica, pur se ancora prevalenti, appaiono patetiche e perdenti le posizioni politiche che molte forze politiche europee – governative e non – sviluppano in termini vetero-nazionalisti;

  2. C’è la questione esimente degli assetti politici ed economici dei Paesi africani, perennemente travolti dalla forza di interessi economici stranieri, da lotte tribali e da corruzione endemica. Questo tema è direttamente collegato all’obiettivo n. 2 del Global Compact for Migration approvato lo scorso 11 dicembre 2018 alla conferenza ONU di Marrakesh2: nel suo testo si sviluppa chiaramente la materia della “minimizzazione dei drivers”, delle cause che costringono le persone a lasciare i propri Paesi d’origine. Segno chiaro che c’è la consapevolezza comune che l’emigrazione rimane quella che è sempre stata nella storia dell’uomo: la risposta estrema di fronte a condizioni di vita divenute inaccettabile. E’ quindi questo un punto nodale per la gestione politica dell’immigrazione, in termini di possibili, necessari interventi dell’Europa unica nelle questioni economico-sociali dei paesi africani.

  3. C’è la questione sociale dell’incontro fra i “deboli” che vengono a vivere in Europa e i “deboli” che qui vivono – e sovente sopravvivono – in enorme quantità. Si sta parlando di un incontro nella grande maggioranza dei casi “fisico”, che avviene nelle periferie metropolitane e nei paesi (per questi ultimi una comoda tradizione “di pensiero” ce li raccontava sempre “fuori” e in qualche modo “al riparo” dai grandi fenomeni politici e sociali in movimento). Anche qui un dato oggettivo italiano che si impone con la forza dei numeri a qualunque possibile altro ragionamento di comodo: solo nelle grandi città italiane, sono più di 7 milioni i cittadini che vivono nelle zone intermedie e periferiche dei capoluoghi delle 14 città metropolitane3, dove vanno a vivere la maggioranza degli immigrati. C’è aperto, in tempi di grave crisi economica generale, un problema di salvaguardia difesa delle ragioni dei più deboli, qualunque sia la loro provenienza. Da questo punto vista sono egualmente errati gli steccati politici opposti di chi proclama “prima gli Italiani” e chi, al contrario, vede come impegno sociale e civile prioritario solo l’attenzione ai problemi di “chi arriva”. E’ del tutto evidente, invece, che i destini degli uni e degli altri sono adesso irreversibilmente intrecciati e che insieme devono essere trattati. Tutto questo significa che nelle politiche del lavoro, residenziali, sociali è urgente e necessario pensare a nuovi parametri valoriali di riferimento che tengano conto della compresenza – a volte della concorrenza – degli interessi dei residenti “nativi” e dei nuovi residenti: si tratta di comporre politicamente tali situazioni. Non si possono più, in conclusione, leggere e analizzare separatamente i problemi degli uni o degli altri.

  4. C’è un problema aperto di incontro fra culture diverse di cui sono portatori – a volte gelosi – le persone che vengono in Europa e le popolazioni che qui sono nate. Diversamente dalle impostazioni che fanno del giusto concetto della “tolleranza” un uso superficiale e unilaterale, spesso nella storia la convivenza fra genti con sistemi di valori differenti è stata fattore di scontri feroci e di centenarie ostilità. Assolutamente ridicolo chi, volutamente o ingenuamente, sottace questo enorme problema: a costoro andrebbe ricordato che il valore della “tolleranza”, nonché i già ricordati “libertà, eguaglianza e fraternità” – fino alla presente lotta delle donne per una parità formale e sostanziale col genere maschile nella gestione individuale, familiare, lavorativa, civile politica – sono costati secoli di battaglie e di lotte intellettuali, sociali e politiche, tanto da rendere inaccettabile l’atteggiamento di chi voglia liquidare tutto questo con una semplice alzata di spalle.

Paiono queste le questioni politiche di fondo che si dovrebbero porre le forze della sinistra europea – ammesso e non concesso che qualcosa di loro rimanga. E’ necessario ripartire da una lettura nostra originale della realtà presente, che sia vincente – in credibilità e presa sulla gente – sulle posizioni propagandistiche delle forze populiste, ma che, per fare ciò, accetti un doveroso bagno nella cruda realtà di quella gente che da due secoli consideriamo come nostra: la realtà dei “deboli” (come li chiama un altro loro difensore “naturale”, Papa Francesco), di tutti i deboli , non solamente quelli che piacciono a noi. Ciò va fatto in umiltà, accettando il dato difficile e complicato che ci trasferisce la realtà delle cose e rifuggendo come il diavolo dalle scorciatoie buoniste e dalle buone intenzioni, delle quali – come noto- è lastricata la via dell’inferno.

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1 Si vedano i dati ISTAT , soprattutto nella loro progressione dinamica degli ultimi anni : http://www4.istat.it/it/archivio/206675 . I dati del Ministero dell’Interno relativi agli sbarchi in Italia degli ultimi 12 mesi quantificano in cifre pari al 73% del totale gli arrivi di persone dei paesi africani. http://www.interno.gov.it/it/sala-stampa/dati-e-statistiche/sbarchi-e-accoglienza-dei-migranti-tutti-i-dati

2 Come noto, la risoluzione ONU non assume natura di vero e proprio trattato internazionale giuridicamente vincolante, ma ha carattere di “soft law” ( indicazione politicamente vincolante per i suoi firmatari). E’ altresì noto che l’Italia insieme a Stati Uniti, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, Australia, Austria, Repubblica Dominicana, Ungheria, Lettonia non ha aderito a tale risoluzione. Vedi qui il testo: https://refugeesmigrants.un.org/sites/default/files/180711_final_draft_0.pdf

3 Dati 2016 della Commissione d’inchiesta parlamentare sulle condizione delle periferie urbane. Vedi https://litaliacheverra.it/dossier/rapporto-conclusivo-della-commisione-dinchiesta-parlamentaresulle-periferie-urbane-2016/

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