Italia

Nazionalizziamo le canzonette

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Non poteva spettare che a lui il compito di rimettere al centro l’italiano – inteso come lingua e come esecutori – nelle canzoni. Alessandro Morelli, già nel nome (e in parte del cognome) ha un destino che lo accomuna a un altro Grande della cultura nostrana: Alessandro Manzoni. Come l’autore dei Promessi Sposi andò a lavare i panni in Arno, così il suo epigono si fa condottiero di una campagna per il ritorno dell’italiano nelle canzoni da trasmettere per radio. Una battaglia che potrà sembrare secondaria rispetto ai colossali impegni che sta assumendo il governo del “cambiamento”. Errore. È proprio dalle cose semplici che occorre partire: il canticchiare mattutino dell’uomo che si fa la barba, il canto allegro dei ragazzi che vanno a scuola, le musiche che allietano gli appassionati di ballo liscio nelle balere.

Nilla Pizzi (LaPress)

Ben lo ha capito il Nostro il quale, da presidente della Commissione Trasporti e telecomunicazioni della Camera, sa di essere investito di un ruolo istituzionale che non gli permetteva di esimersi dall’impegno di sancire – anche nel mondo delle canzonette – l’aureo principio: “prima gli italiani”. Con temeraria baldanza l’onorevole Morelli, “vergin di servo encomio e di codardo oltraggio”, incurante dei rischi ai quali va incontro nello sfidare le lobbies delle multinazionali della musica leggera, ha presentato un progetto di legge  che prevede l’obbligo di trasmettere almeno una canzone italiana su tre nel corso dei programmi radiofonici. Un approccio a prima vista troppo timido, ma bisogna guardare lontano, come certamente fa il deputato Morelli. Si tratta soltanto dei primo passo, poi si potrà passare al due su tre, per giungere trionfalmente al tre su tre.

L’intento di ripulire le trasmissioni radiofoniche dall’invadenza straniera, per riportare in auge la cultura nazional-popolare, merita un plauso incondizionato. Non possono sottrarsi nemmeno i recalcitranti (ma ormai sparuti) assertori della universalità cultura. Questa subdola asserzione dei nemici del “popolo” va mandata in cantina (o in soffitta, fa lo stesso). Sul piano politico la proposta del leghista Morelli è totalmente coerente con il “contratto di governo” nel quale, per banale dimenticanza, si è omesso di inserire un punto che impegna le forze del cambiamento a far piazza pulita delle canzoni straniere.

La proposta rientra a pieno titolo nell’intento del governo di limitare l’ingerenza privata nella gestione delle attività di interesse pubblico. Del resto, come negare che la canzone sia di interesse pubblico, visto lo straripante pubblico (dieci milioni di telespettatori) che ha seguito le serate del Festival di San Remo? Il progetto – anche se il suo presentatore si schernisce con meritevole modestia –  ha la legittima ambizione di pervenire alla “nazionalizzazione” delle canzoni. Che sia considerata “Funzione di Stato” scriverle o cantarle. Naturalmente, la gestione degli ascolti e della programmazione avrà criteri organizzativi diversi da quelli degli apparati ministeriali o dei corpi di polizia. Una chitarra è pur sempre diversa da una pistola o da un faldone di documenti. A ciascuno il suo, avrebbe detto Sciascia.

Ben venga, dunque, questo atteso cambiamento. Che si spargano nell’etere, attraverso le radio nazionali e locali (decisiva sarà l’azione di vigilanza dei sindaci quali autorità locali di telecomunicazione), le note di brani musicali scritti e interpretati da cantanti nati in Italia. La svolta, nel medio termine, produrrà notevoli vantaggi sull’occupazione (specie giovanile) tanto nel settore della produzione, quanto in quello della diffusione. Si potranno mettere in piedi gruppi di cantanti di strada, pagati a cachet, che impiegheranno soltanto “voci d’opera” italiane.

Al lungimirante onorevole Morelli si può dare soltanto un modesto suggerimento che gli serva a inquadrare meglio, sul piano storico e culturale, la grandiosità della sua battaglia. Se italiano ha da essere, che sia quello del periodo d’oro della canzone nostrana. Si bandisca il rap – che abbiamo stolidamente importato dall’estero – e si torni a: Papaveri e papere, Mamma, Io tu e le rose. Fino all’indimenticabileEdera. A quel punto si sarà unita l’Italia sotto una sola voce. Quella di Nilla Pizzi.

 

P.S. l’ estensore di questa nota avverte che il suo cantante e poeta preferito è Leonard Cohen, canadese,  nato da famiglia ebrea, poi convertitosi al buddhismo

 

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