Civismo e PartecipazioneItalia

Note alla sconfitta del centrosinistra e del Partito Democratico

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Con le seguenti note si propongono alcuni spunti di riflessione al fine di stimolare un dibattito sulle cause dell’attuale stato in cui si trovano nel Paese le forze di centrosinistra ed in particolare il Partito Democratico, che di tali forze è la maggiore ma forse ancora non del tutto compiuta espressione.

Tali riflessioni provengono da due esperienze di militanza nella sinistra e nel centrosinistra molto diverse, per ragioni anagrafiche, di studi e talvolta anche di visone su specifici temi. Partendo da queste diversità si è sviluppato tra chi scrive un confronto che ha portato a convergere verso l’individuazione di alcuni “macro-fenomeni” che, seppur in modo non esaustivo, si ritengono alla base del mancato compimento del percorso verso quella compiuta sintesi o “amalgama” che dovrebbe essere il Partito Democratico, determinandone quindi la recente sconfitta.

  1. Mancata risposta ai nascenti “sovranismi” e “populismi” in Europa

Le relazioni tra i governi italiani e le Istituzioni europee ed internazionali discendono da un complesso di trattati, rapporti e consuetudini che da 70 anni costituiscono le solide basi di Europeismo ed Atlantismo su cui s’incardina la politica estera Italiana.

Europeismo ed Atlantismo hanno garantito il più lungo periodo di pace e di sviluppo economico e sociale dai tempi della Pax Augustea; il Partito Democratico, ha sempre correttamente rivendicato la volontà di proseguire tali politiche, pur mantenendo un costante e necessario confronto dialettico con i partner europei ed atlantici.

Negli anni 10’ del 2000 si sono sviluppate in Europa principalmente due crisi, una crisi economica legata al tema dei debiti sovrani e della moneta unica e una crisi legata al tema delle migrazioni. Entrambi queste crisi hanno portato alla nascita di movimenti “sovranisti” e “populisti” in molti paesi. Se nell’Europa occidentale tali movimenti hanno fatto una certa fatica a conquistare la maggioranza degli elettori, nei paesi dell’Est Europa, tali movimenti sono più presto giunti al governo dei rispettivi paesi (Ungheria e Polona ad esempio), che oggi si riconoscono nel “Gruppo di Visegrad” (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Repubblica Slovacca).

Con la nascita del governo “Giallo-Verde” anche in Italia forze populiste e xenofobe sono oggi al governo del Paese; Lega e Movimento 5 Stelle hanno una visione diversa rispetto a quella del Partito Democratico circa i rapporti che l’Italia dovrebbe intrattenere con i propri partner europei. Un avvicinamento ai “Paesi di Visegrad” avrebbe conseguenze catastrofiche per la nostra politica estera e ci allontanerebbe definitivamente dai paesi capofila dell’Unione.

Da queste considerazioni ne discende che la famiglia socialista europea, PD in testa, avrebbe potuto pretendere ben prima del novembre 2017 una risposta concreta da parte dell’Unione europea ai “populismi” e ai “sovranismi” che si andavano formando e diffondendo nei paesi dell’Unione, in primis ad est. Una modalità poteva consistere nel pretendere il rispetto degli accordi sulla redistribuzione dei migranti, paventando nel contempo una radicale revisione dei programmi di aiuto allo sviluppo economico. Ad esempio la sola Polonia avrà ricevuto dal 2007 al 2020, a scapito dei paesi del sud Europa, che nel medesimo tempo erano impegnati in profonde e dolorose ristrutturazioni economiche, un astronomico totale di circa 200 (!) miliardi di euro di contributi allo sviluppo. Tali contributi non sembrano essere stati ben spesi evidentemente, se ora è stabilmente insediato a Varsavia (e forse anche a Roma) un governo sovranista, populista ed europeista di convenienza.

 

  1. Crisi delle culture politiche del centrosinistra

Negli anni 90’ del novecento, allo scioglimento del Partito Comunista Italiano, il prevalere di filosofie utilitaristiche ed individualistiche sui valori di egualitarismo, pluralismo e personalismo hanno portato allo sviluppo di partiti e movimenti individualisti e leaderistici, come ad esempio Forza Italia, che sostenevano l’assenza di limiti verso il liberismo economico, esaltando la libertà ed il diritto del singolo sull’interesse della comunità.

Dopo il 1989, l’accettazione da parte della sinistra post-comunista e cattolico-democratica, di quel complesso bagaglio storico definito come individualismo estremo, ha consentito un incontro tra gloriose culture storiche, impreparate però ad amalgamarsi compiutamente e quindi a far fronte alle gravi questioni poste dai processi di ristrutturazione e globalizzazione che andavano sviluppandosi alla fine del Novecento.

 

  1. Mancata comprensione della “società liquida”

Per Zygmunt Bauman nel suo libro “Retrotopia” sono oggi evaporate, sciolte come neve al sole, le solide istituzioni che caratterizzavano le società industriali tra comunità diffuse e società complesse.

Il centrosinistra in generale ed il PD in particolare come ha affrontato questa liquefazione, scomposizione delle classi, avvenuta negli ultimi trent’anni?

La mancanza di una nuova cultura politica, ovvero di una compiuta sintesi tra le diverse famiglie, del cattolicesimo democratico, del socialismo riformista e della sinistra popolare, non ha consentito di affrontare il problema, comprendendolo e risolvendolo.

Da questa mancata sintesi ne è scaturita una politica senza equilibri, che non ha generato una “terza politica”, ovvero una nuova politica in ambito sociale ed economico in grado di incidere sui processi di crisi della realtà nazionale.

Tale “mancata politica” non è stata in grado di rispondere ad un crescete precariato nei differenti mercati del lavoro, non elaborando una nuova politica industriale, volta a rispondere ai processi di ristrutturazione che la globalizzazione imponeva, nonché mancando al governo delle dinamiche della digitalizzazione pervasiva in tutte le realtà del lavoro. Tale mancata risposta ha prodotto un generale impoverimento sia del tradizionale lavoro industriale sia, dei ceti medi.

Oltre alle mancanze strutturali, generate da tali mancate politiche, vi è stata anche una certa sottovalutazione dell’emozionalità e dell’irrazionalità, presente nei grandi aggregati sociali popolari e dei ceti medi, producendo in questo vuoto politico delle sensibilità deluse e rabbiose, con il risultato di “bipolarizzare” vaste fasce elettorali verso Lega e Movimento 5 stelle.

 

  1. Mancata revisione dei modi di produzione capitalistici

Il capitalismo è una relazione sociale, un rapporto conflittuale di forze. Abbiamo assistito, negli ultimi trent’anni, ad una trasformazione radicale delle tecnologie e dei processi lavorativi. Il lavoro è diventato cognitivo, empatico e cooperativo.

Intrecciandosi a queste ristrutturazioni dei modi di produrre si è dispiegata negli ultimi 10 anni una lunga stagnazione economica, più accentuata in Italia rispetto al resto dell’Europa, la quale ha creato una situazione di “anomia del futuro”, specialmente per le giovani generazioni. Tutto ciò si è accompagnato, come ben ha descritto Piketty, ad una crescita del potere della rendita rispetto all’intraprendere del profitto e del conflitto di lavoro. Una vittoria del ‘700 economico protezionista, contro l’Ottocento e il Novecento capitalisti e proletari. Bastiat, da una parte, contro Ricardo e Marx dall’altra.

Se libertà, creatività e solidarietà sono i “valori socioculturali” verso cui muovere per costruire un nuovo pensiero del lavoro, è necessario comprendere come vada introdotta la decisività della formazione permanente dei soggetti lavorativi, verso il superamento definitivo di quelle “logiche fordiste” che hanno contraddistinto i processi lavorativi nel Novecento e i loro rapporti gerarchici ed autoritari che ne erano il corollario.

Se il lavoratore del futuro sarà un tecnico altamente professionalizzato, con ruolo e ingaggio sempre più cognitivo-digitali, è fondamentale tener presente l’irreversibilità di questi processi a cui si potrà rispondere sia con processi di partecipazione e cogestione della “comunità lavorante”, ad esempio sul modello tedesco, sia con un inevitabile governo del conflitto sociale.

Inoltre al fine di riequilibrare lo sbilanciamento oggi presente a favore della rendita sul lavoro e sugli investimenti produttivi, andrebbe maggiormente utilizzato dagli organi decisionali e rivendicato dalle forze politiche (in primis il Partito Democratico) e sociali, l’utilizzo di un efficiente strumento di riequilibrazione del potere tra gli tra gli starati sociali, ovvero la leva fiscale. Esattamente il contrario di quanto viene proposte dalle forze politiche che hanno prevalso alle ultime elezioni.

 

  1. Mancata preparazione del Paese alla competizione globale.

Con l’apertura dei sistemi economici ed organizzativi, chiamata “globalizzazione”, sempre più nuove dinamiche si stanno creando tra capitale e lavoro.

Da un lato assistiamo alla concentrazione di capitale in alcune grandi realtà organizzative ad alto volume di capitale che riescono, con sempre maggior efficienza, a sfruttare la concorrenza che si è venuta a creare tra gli Stati e le realtà geopolitiche (Mercosur, AESEAN) che si contendono la tassazione di tali capitali.

Dall’altro lato assistiamo alla contestuale liquefazione del capitale che, nelle nuove imprese tecnologiche, è costituito dal lavoro stesso o meglio dalla “capacità di lavoro” intesa come know how. Questi sono entrambi effetti della globalizzazione.

Oggi i tessuti sociale, economico e culturale del Paese non risultano più competitivi rispetto ad altri sistemi economici, politici e culturali con cui ogni giorno la nostra società è chiamata a confrontarsi. Il Paese non è strutturato per competere su un mercato globale aperto.

I problemi arcinoti di un’amministrazione pubblica inefficiente e corrotta, di un corpo normativo elefantiaco che favorisce tale corruzione ed inefficienza, nonché di un’amministrazione giudiziaria lenta ed inefficace non consentono lo sviluppo di quell’ambiente adatto all’attrazione dei grandi aggregati di capitale e non favoriscono la creazione di conoscenze e know how interni.

Pur intuendo tale problematica il Partito Democratico non ha del tutto messo in pratica, quando si sarebbe potuto dopo la vittoria alle elezioni Europee del 2014, quelle ricette come la riforma fiscale e la riforma della giustizia, che avrebbero potuto radicalmente trasformare ed efficientare il sistema produttivo italiano, fermandosi invece ad una parziale riforma del lavoro (jobs act) e ad una timida riforma della pubblica amministrazione.

In questo contesto oggi le proposte politiche che vengono avanzate da Lega e Movimento 5 Stelle non danno alcuna risposta ai problemi sin qui descritti. Il reddito di cittadinanza produce una svalutazione del lavoro e la flat tax (sui redditi), oltre ad essere profondamente iniqua, riduce le risorse che lo Stato può investire nell’istruzione e nella ricerca, deprimendo così la capacità di sviluppare conoscenze e la produzione di valore aggiunto del Paese.

 

  1. Mancata comprensione del “frazionamento degli interessi”

Il frazionismo degli interessi indica che “i blocchi sociali” di passata memoria non esistono più, esistono le moltitudini di individui nati con le trasformazioni tecnologiche che hanno scomposto tutte le classi sociali, rendendo così “laterali” i sindacati ed il centrosinistra, ancora legati a linguaggi ormai incomprensibili. Oggi è arrivata a conclusione un’intera fase della storia dello stato moderno e contemporaneo.

Da queste riflessioni, per tutto il Partito Democratico, scaturisce la necessità di rivedere in modo approfondito il tema organizzativo centro politico /periferia politica. Viene spesso detto che risulta necessario ritornare nelle periferie. Si deve però ben rammentare che quelle periferie politiche non sono deserti organizzativi, anzi, vi sono spesso reti sociali progressiste (associazioni, patronati ecc.) dentro le quali è opportuno lavorare, dar loro voce, semmai mobilitarle, accettando anche i più modesti livelli organizzativi, sino a raggiungere livelli organizzativi maggiormente vicini a dinamiche politiche territoriali. Insomma non è tanto necessario aprire nuovi circoli del Partito Democratico, ma avere molti militanti del Partito operativi dentro quelle periferie.

 

  1. Politica democratica e teoria delle emozioni

Dagli “squarci” che abbiamo sin qui esaminato proviene un’altra considerazione. Quelle vaste aree elettorali, tradizionalmente affiliate al voto di centrosinistra, non hanno ricevuto, negli ultimi anni, messaggi semplici ed in grado razionalizzare dinamiche emotive, anche irrazionali, che avrebbero dovuto essere gestite e razionalizzate attraverso una direzione politica, in grado di fornire una bussola strategica.

Il confronto politico è una combinazione tra razionale ed irrazionale, le dinamiche irrazionali così ambigue, vanno gestite con strategie non populistiche e non elitarie al tempo stesso.

L’irrazionale ha sovente rappresentato uno dei più forti incentivi alle azioni dei “doppi estremismi”. Nella Storia nazionale le organizzazioni del passato della sinistra democratica italiana hanno saputo rendere programma quelle spinte collettive irrazionali. Quando non l’hanno fatto a sufficienza, come nel caso del pre-fascismo, tutto l’arco progressista e democratico ha perso in una comune rovina nazionale.

Anche oggi la mancata comprensione, razionalizzazione e risposta da parte del Partito Democratico, di quelle spinte emotive ed irrazionali, resistenti alla globalizzazione e spaventate da essa, ha lasciato che tali spinte fluissero verso l’alleanza tra i doppi estremismi di Lega e Movimento 5 stelle, forieri di esiti irrazionali ed incontrollati, pericolosi per tutto il Paese.