Italia

Salvini e il wrestling dell’irrazionale

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Cosa può avere in comune il mondo del wrestling delle grandi federazioni americane con il modo di fare del ministro Salvini? Iniziamo con lo scoprire alcuni termini e diverse tecniche propri del business che tutt’oggi è il più visto sulle televisioni stelle e strisce. Spesso abbiamo usato la frase “non esiste pubblicità cattiva. L’importante è che se ne parli” nei riguardi del modo di comunicare del segretario della “nuova” Lega, certi di aver capito la strategia dietro ad alcuni post, discorsi o l’abitudine stessa a comparire con divise che non gli appartengono affatto. Modi atti a scatenare uno scontro tra fan. In realtà la frase da usare è quella che regge da più di 200 anni il mondo del wrestling, ossia: “as long as you feel something the business is good” che tradotto significa “finchè senti qualcosa, il business va bene”. Le persone non bisogna farle pensare ma emozionare, sentire. Spostarle dal piano razionale a quello irrazionale.

Basta seguire per qualche giorno la cronaca o osservare quelli che sono i trend di ricerca per creare consenso politico secondo il metodo sopra elencato. Esprimere un parere sempre e possibilmente evitare i fatti sia per tentare di risolvere l’eventuale problema sia per poter raccontare al meglio alla folla il “nostro” disegno. Un esempio? Il caso degli ultras e degli scontri barbari fuori dagli stadi. L’attuale ministro degli interni prima si assimila con la falange degli ultras del Milan, con tanto di fotografia con un indagato per spaccio di cocaina, poi se ne esce con una lettera alla Gazzetta (uno dei pochi giornali che ancora sembrano avere presa sulla popolazione) dove dice che “per certa gente serve la galera”. Eppure sono seguiti dei fatti a questa dichiarazione, in antitesi tra l’altro, col precedente comportamento del ministro? Assolutamente no. Soltanto un grosso polverone nel quale è difficile riuscire a vedere. E quando non si vede e si è arrabbiati, è difficile anche “aspettare i tempi della giustizia” o accogliere un qualsiasi parere o autorità che inviti alla prudenza.

I politici diventano personaggi facilmente riconoscibili e acclarati dalla folla. La caratteristica è propria di tutto l’attuale establishment basti pensare a Paola Taverna “la guerriera”, Luigi Di Maio “l’onesto”, Giuseppe Conte “L’avvocato” o, per riprendere il filo: Matteo Salvini “il Capitano”. Tutti appellativi che richiamano ad una figura facilmente assimilabile e riconoscibile da tutti. Personaggi che spesso e volentieri hanno una accezione più che positiva con nomi o caratterizzazioni. Proprio come succede nel mondo del wrestling professionistico. Il pubblico non può non applaudire quando John Cena alla fine del suo match contro il cattivo sventola la bandiera a stelle e strisce. Non ha un senso, non c’è una logica ma come si può non farsi travolgere dal patriottismo? Come si può non applaudire a chi tiene in mano la mia bandiera? Questo stesso sentimento, questo stesso metodo è quello che convince il ministro degli interni a indossare la divisa delle forze dell’ordine, a dire di parlare in nome di 60 milioni di italiani a cui chiede il permesso per andare a trattare in Europa. Una frase senza senso, sconnessa dalla realtà per giunta. Il permesso di fare cosa? Per trattare che? Ma soprattutto con quale organo? Ma queste sono domande inutili quando una intera piazza applaude. Quando nessuno si ferma a pensare perché i tuoi sono già convinti gli altri invece sono troppo impegnati ad arrabbiarsi per poter rispondere.

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