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Spiritualità urbana: alla ricerca delle “radici” metropolitane

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In questo contesto inedito, noi cristiani non partiamo da zero. Nel secolo precedente, tra le tante questioni sociali che emersero, vennero in evidenza una serie di processi di ricerca spirituale e religiosa molto profondi. E’ quello che a me piace chiamare: spiritualità del ‘900 o spiritualità per la Metropoli.

Sin dagli anni Venti del secolo trascorso, differenti filoni di esperienze cristiane (protestanti, cattolici, ortodossia dell’Oriente) si erano misurate attorno alla riscoperta storico-esegetica della Bibbia. E, in connessione a questa ricerca, avevano guardato all’individuazione dell’opzione personale “dell’abbassamento” del lavoro manuale, come loro, come i poveri.

Tutto ciò si collegava, culturalmente, alla antica conflittualità tra Servo/Signore. Il peccato originale sarebbe alla base del processo di sfruttamento il quale è innanzitutto un atto di volontà realizzato dal Capo, dal Signore aristocratico per vivere nell’otium. I Vincenti reagiscono alla continua minaccia di “ritornare orda” e, quindi, al bisogno animale, attraverso l’organizzazione rozza e schiavistica del lavoro sfruttato. Essi imprimerebbero una dinamica di evoluzione/innovazione al processo umano. In una ottica primitiva tutte queste azioni rappresneterebbero una sorta di rapina collettiva con l’asservimento del lavoro della stragrande maggioranza dei primitivi più deboli.

Allora il Dio della Bibbia ci “sorprende”, in questa prospettiva, con la Lettera di San Paolo ai Filippesi. In particolare nei versetti 5 – 11 del Capitolo 2: “Gesù Cristo, essendo nella forma di Dio, non credette che fosse una rapina quel suo essere uguale a Dio; ma annichilò se stesso, prese la forma di servo, fatto simile agli uomini e riconosciuto per condizione uomo. Umiliò se stesso fattosi ubbidiente sino alla morte e alla morte di Croce”. Analogamente alla grande riflessione di San Paolo che aveva annunciato le novità, senza rinnegare la radice ebraica, da Carlo Barth al Cardinal Newman, alle ulteriori riflessioni di Congar e Ratzinger, di Moltman, di Nikita Struve ed altri, viene formandosi una peculiare attenzione attorno a due straordinari testimoni: Teresina di Lisieux e Charles De Foucauld.

Sono i temi innovativi della ‘piccolezza’, dei mezzi poveri, del ‘deserto’ inteso come ritiro, spazi di silenzio, ma anche ‘deserto nel moderno’, nella metropoli. Allora, questo si affermava in tutta la sua potenza meccanica e secolare, oggi lo si trova nell’accelerazione tecnologica e nell’intelligenza artificiale. Perciò nell’epoca della modernità liquida assistiamo al riavvicinamento degli individui al sacro ad una sorta di ‘ritorno di Dio’. Ma di quale Dio stiamo parlando? Un sorta di immagine religiosa, priva di mediazioni, non di rado fanatica e pro-terroristica.

Insomma emerge una corrente di contro-secolarizzazione, violenta e contemporaneamente fideistica e nichilistica. Un ‘ritorno del religioso’ come rivelarsi del ‘Tremendum’ e primitivo. Secondo le grandi ricerche dell’antropologo di inizio Novecento Rudolf Otto, che ha incentrato le sue analisi sull’emergenza del sacro come misto di dialogo e violenza. La diffusione del web 2.0, la penetrazione di Internet nella vita quotidiana hanno determinato nuove questioni e modalità per ricreare comunità cristiane nelle grandi realtà metropolitane contemporanee. La sfida per i credenti sta dunque nel far diventare le reti da luoghi di connessione a luoghi di comunione, secondo le riflessioni di padre Antonio Spadaro, direttore di “Civiltà Cattolica”.

Secondo lui irrompono problemi etici complessi: le profilazioni della nostra personalità di fruitori della rete sono all’ordine del giorno, ciò significa controllo e dominio psicosociale molto più raffinato che nel passato, senza nascondere anche il grande dramma per ora non risolto della drastica diminuzione del lavoro manuale, che sembrerebbe inevitabile sbocco della civiltà digitale.

Come elaborare una spiritualità per la Metropoli che rifacendosi alla grande spiritualità del Servo, elaborata nel secolo passato e cuore del Concilio Vaticano Secondo, può ancora oggi reggere e, anzi, incidere nelle relazioni umane e religiose? Tutto questo non deve spaventarci: nessuno, se lo vuole, è tagliato fuori.

Solo che di fronte alla fruizione è necessaria una volontà di creare relazioni di coinvolgimento affettivo. La parola chiave è dunque integrazione tra differenti livelli di vissuto.