Mondo

Gli effetti della Globalizzazione. Informatizzazione e paesi in via di sviluppo

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La globalizzazione si basa sul libero commercio di beni e servizi tra Paesi ed è collegata alla crescita dell’integrazione tra le diverse aree del mondo. Si tratta di un fenomeno economico molto complesso che non si vuole certo affrontare qui se non nei limiti di alcune brevi considerazioni.

È fondamentale distinguere tra la prima e la seconda fase delle globalizzazione. Infatti, una prima ondata del fenomeno si è verificata fra gli ultimi tre decenni del XIX secolo e i primi anni del XX, fino allo scoppio della prima guerra mondiale. Al riflusso protezionistico durato fino al termine del secondo conflitto mondiale ha fatto poi seguito una nuova apertura nei decenni successivi.

Ma la globalizzazione nel significato che oggi le è comunemente attribuito inizia dagli anni 1990 e si caratterizza soprattutto per una serie di fattori legati alla diffusione esplosiva delle nuove tecnologie informatiche. Il progresso tecnico straordinario raggiunto dai settori dell’informazione e delle comunicazioni consente ampie delocalizzazioni dei processi produttivi e l’utilizzo di enormi bacini di mano d’opera (cinesi, indiani, ecc.) capaci di produrre, a bassi costi, merci di tecnologia media e avanzata destinate alle aree più ricche del mondo. Paesi diversissimi nelle loro storie, con sistemi politici persino opposti, tendono a uniformarsi in nome della globalizzazione. La crescente integrazione economica, sociale e culturale livella i bisogni e riduce le differenze tra i gusti dei consumatori a livello nazionale favorendo le imprese che possono così sfruttare la combinazione tra nuove tecnologie e prodotti standardizzati. Gli scambi commerciali e i mercati finanziari interconnessi (per cui una moltitudine di risparmiatori, anche piccoli, possono accedere alle necessarie informazioni grazie al progresso tecnologico) indirizzano l’afflusso degli investimenti verso le aree meno dotate di capitali favorendo così la crescita economica. Allo stesso tempo, masse di poveri dei Paesi meno avanzati, attratte dalle opportunità di lavoro e di benessere offerte dai Paesi più ricchi, danno luogo a un nuovo intensificarsi delle migrazioni.

Una rivoluzione economica di tale portata apre enormi potenzialità per i Paesi arretrati che cominciano così a svilupparsi a ritmi molto più elevati rispetto ai Paesi ricchi innescando un effetto di progressiva riduzione dei divari di reddito nel mondo.

Nei primi anni 2000 il processo di convergenza tra Paesi emergenti e avanzati registra una ulteriore forte accelerazione sotto la spinta della crescente liberalizzazione dei mercati. Cina, India, Brasile, Russia e altri Paesi dell’Africa e dell’America Latina compiono passi importanti verso modelli più progrediti di sviluppo. Centinaia di milioni di persone vedono aumentare i propri standard di vita, spesso lasciandosi alle spalle la povertà estrema. La rincorsa da parte dei Paesi arretrati verso le forme di benessere tipiche dei Paesi maturi sembra inarrestabile e i redditi medi dei singoli Paesi continuano ad avvicinarsi, anche se le distanze assolute tra Paesi ricchi e poveri restano ancora significative. Pochi numeri bastano per dare la misura e il senso di questo fenomeno.

Nel 1990 la quota di reddito mondiale prodotta dai Paesi avanzati era pari al 54,4 per cento del totale, rispetto a una corrispondente quota di popolazione di poco superiore al 12 per cento del totale. Gli Stati Uniti da soli producevano quasi un quarto del reddito mondiale (22,5 per cento) mentre l’Asia intera non arrivava al 18 per cento. Oggi, la situazione appare molto cambiata. La quota di reddito mondiale spettante ai Paesi avanzati risulta scesa al 42,4 per cento (la quota corrispondente di popolazione è leggermente salita ed è pari al 14,6 per cento), la Cina con il 17, 3 per cento del reddito mondiale supera ormai gli Stati Uniti (15,8 per cento) mentre avanzano India (7 per cento) e America Latina (8,2 per cento).[1]  È nettamente aumentato il reddito pro capite dei Paesi in via di sviluppo: ad esempio, quarant’anni fa il rapporto tra il Pil pro capite degli Stati Uniti e quello della Cina era di 20 a 1; ora si è ridotto a 4 a 1.

Gli effetti della maggiore crescita economica si sono riverberati sulle condizioni di vita di quei Paesi: negli ultimi venti anni, in base ai dati della Banca Mondiale, la povertà si è dimezzata a livello globale e le persone che vivono con meno di 2 $ al giorno sono passate dal 37 per cento della popolazione mondiale a meno del 10 per cento. La quota di popolazione mondiale che soffre la fame è diminuita molto; l’incidenza della malnutrizione è scesa dal 19 all’11 per cento. Nel continente africano, una delle aree più povere del pianeta, è aumentata la scolarizzazione sia per i ragazzi che per le ragazze, le morti per malaria si sono ridotte, la mortalità infantile è scesa, le infezioni da Aids sono calate quasi dell’80 per cento, la durata della vita media si è allungata.

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[1]            Fonte: Fondo monetario internazionale, World Economic Outlook, Statistical Appendix, anni 1990 e 2016. Il Pil è calcolato in PPP (parità di potere d’acquisto) e tiene quindi conto del diverso costo della vita, rappresentando la ricchezza dei singoli paesi in modo più adeguato rispetto al Pil nominale espresso in dollari.