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Globalizzazione 2: paure, competizioni e diseguaglianze

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(L’articolo prosegue l’argomento introdotto dall’autrice nell’articolo del 16 luglio).

Non tutte le implicazioni del processo di globalizzazione risultano tuttavia positive.

Innanzitutto, si fanno concreti i rischi per la salute dell’ambiente e del pianeta ove una popolazione più che raddoppiata nell’ultimo mezzo secolo e in ulteriore forte espansione innalza i propri consumi senza tenere nel dovuto conto gli equilibri ecologici.

In secondo luogo, non sempre la popolazione dei Paesi arretrati riesce a godere dei vantaggi dell’economia globale. Le dure condizioni di lavoro, la mancanza o carenza di leggi a tutela dei lavoratori, i bassi salari, il rischio di sfruttamento, anche ambientale, da parte di imprese multinazionali rappresentano un esempio delle grandi difficoltà da superare per giungere a un reale progresso in quei Paesi.

In terzo luogo, l’apertura al commercio internazionale implica una maggiore competizione (favorita anche dal dumping sociale e ambientale praticato in non pochi Paesi in via di sviluppo) che determina nei Paesi ricchi importanti processi di aggiustamento produttivo: i settori in declino (ad esempio, le produzioni tessili o dell’acciaio o della chimica) vengono sostituiti da quelli in espansione (ad esempio, le produzioni dell’elettronica). Si verifica così un contrasto tra soggetti che beneficiano degli effetti della globalizzazione e soggetti che invece ne sono danneggiati, come ad esempio i lavoratori impiegati in produzioni obsolete e/o trasferite all’estero.

I Paesi avanzati, in particolare l’Europa, soffrono di questo sconvolgimento e incontrano grandi difficoltà nell’affrontare con efficacia le sfide della globalizzazione. Alle paure, alle diffidenze, agli appelli alla sovranità nazionale di vasti strati di popolazione i governi democratici rispondono per lo più con misure di emergenza che però risultano inadatte a risolvere i problemi in prospettiva . Manca una visione riformatrice complessiva (del sistema produttivo, del lavoro e del Welfare) capace di tenere insieme le esigenze di maggiore efficienza necessaria per reagire alla concorrenza globale con quelle di sostegno dei settori più esposti e degli strati sociali più deboli.

Le riforme strutturali (ad esempio, del sistema pensionistico e/o del mercato del lavoro) che rispondono alla prima esigenza vengono ostacolate e rifiutate in quanto interpretate come rinuncia a vantaggi e benefici fino a oggi goduti e quindi ritenuti diritti acquisiti per sempre e trasmissibili di generazione in generazione; il ricorso alla tradizionale azione anticiclica e/o di ridistribuzione del reddito, che risponde alla seconda esigenza, risulta complicato dalla minore autonomia di manovra degli Stati in un contesto economico altamente integrato e dalla sfiducia verso le capacità della mano pubblica di regolare con efficacia l’economia.

Infatti – e questo può essere considerato un ulteriore effetto negativo della globalizzazione – la dottrina economica dominante tra la fine del XX secolo e gli inizi del nuovo millennio ritiene che i mercati siano capaci di autocorreggersi e propone il laissez-faire in alternativa agli interventi pubblici. Poca attenzione è riservata alle esigenze del bene comune, mentre prevale il concetto di utile individuale fine a se stesso.

La conseguenza di questa duplice morsa, concorrenza globale sempre più agguerrita da un lato, difficoltà e ritrosia da parte degli Stati a svolgere azioni perequatrici dall’altro,   è l’aumento delle disuguaglianze. Si tratta di un fenomeno osservato dalle statistiche internazionali nel corso degli ultimi venticinque anni e comune alla maggioranza dei Paesi avanzati. Il divario tra ricchi e poveri ha raggiunto il suo livello più alto in un gran numero di Paesi: il 10 per cento della popolazione più agiata dell’area Ocse ha un reddito di oltre 9,5 volte superiore a quello del 10 per cento più povero; nel 1980 tale rapporto era pari a 7.