Riforma della PA

Controlli ‘antiterrorismo’ per gli impiegati pubblici

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I governi che si susseguono alla guida del nostro Paese, fra i leit motiv di sicura presa propagandistica presso l’opinione pubblica, hanno quello della riforma della pubblica amministrazione. Il fine sarebbe condivisibile e sacrosanto, ma gli annuci sono quasi sempre accompagnati da ignoranza e da malafede. Da 25 anni a questa parte si sono susseguite 7 “riforme della pubblica amministrazione”, nessuna delle quali ha ottenuto l’unico effetto che interesserebbe ai cittadini e alle imprese: una macchina amministrativa, efficiente, rispettosa dei diritti dei cittadini e delle imprese, con una chiara capacità regolatrice degli interessi. Come in tutti gli Stati occidentali avanzati.

Una ceto politico inetto non ha mai compreso che una pubblica amministrazione efficiente e robusta è il volano indispensabile per poter attuare qualunque politica pubblica un Governo della Repubblica intenda attuare. E’ nulla la coscienza del fatto che sussista un interesse comune ad accompagnare le iniziative di riforme in modalità bipartisan, perché – come insegnano le esperienze statunitense , francese, tedesca – sono necessari più anni per innescare e trasferire in un corpo così ampio e articolato (3.200.000 impiegati pubblici) dei buoni progetti di riforma.

Nello specifico italiano, una riforma vera delle pubbliche amministrazioni dovrebbe regolare a monte i rapporti istituzionali fra Stato Regioni, Province e Comuni onde rimuovere la paralisi decisionale legata allo “spezzettamento” dei poteri fra più soggetti istituzionali di pari rilevanza costituzionale; dovrebbe promuovere un’efficace riforma della giustizia civile, onde non far fuggire eventuali imprese straniere che sanno che nel nostro Paese la possibilità di far valere i propri diritti è vanificata dalla durata pluriennale dei processi; dovrebbe promuovere l’imparzialità delle decisioni, sottraendo le scelte decisionali alla famelicità dei politici al vertice delle varie amministrazioni. Per fare tutto questo, sarebbe necessario un efficace vigilanza del Parlamento sulle varie Amministrazioni pubbliche, un efficace sistema di controlli e, in ultimo, di un sistema di valutazione del merito dei singoli non autoreferenziale, non cogestito con i sindacati, ma vigilato da un’Autorità indipendente dal Governo.

Gli altri Paesi, ciascuno con forme proprie, hanno regolato tutto ciò “lavorando sodo” per più lustri, nella coscienza dell’ interesse comune dell’intera collettività alla soluzione di questi problemi.

Da noi, invece, una ceto politico inetto ha scelto la scorciatoia di vellicare la pancia di un’opinione pubblica giustamente insoddisfatta dei livelli di efficienza, di trasparenza e di democraticità delle pubbliche amministrazioni e convoglia la rabbia e l’ostilità della collettività nazionale sui dipendenti pubblici. Iniziò 10 anni fa Renato Brunetta inventando insieme a Piero Ichino il termine “fannulloni”; proseguì il governo Renzi-Madia, cercando di approvare un decreto legislativo (fortunatamente bocciato dalla Corte costituzionale) che rendeva la dirigenza – che altrove è la garante dell’imparzialità delle scelte – totalmente sottomessa al potere politico.

Ora il governo giallo-verde, con Giulia Bongiorno, persegue nei fatti un percorso analogo a quelli precedenti accontentandosi di un misero successo mediatico basato sull’annuncio di misure che colpevolizzano, non i trasgressori delle norme, ma, indistintamente, tutti gli impiegati pubblici: infatti al di là di altre vuote/inutili/minimali indicazioni di principio, il “disegno di legge sulla concretezza” ora in discussione alla Camera dei Deputati (vedi qui l’audizione alla Commissione Lavoro e un documento di analisi critica sul ddl. 1433/2019), introdurrà, a valere su 22.000 uffici pubblici (comprese scuole e ospedali) dei dispendiosi sistemi di “verifica biometrica dell’identità”. In altri termini, come negli aeroporti di Tel Aviv e Gerusalemme, ciascun preside, professore, medico, infermiere, impiegato che entra o esce dal proprio luogo di lavoro sarà ogni volta fotografato e registrato, onde evitare che timbri il cartellino al posto di un collega. Non era sufficiente la giusta e opportuna previsione legislativa del licenziamento in tronco dell’impiegato colto in flagrante? No, non era sufficiente.

Soprattutto si doveva inventare qualcosa che facesse effetto sul piano della propaganda.

Peccato che questa previsione legislativa è palesemente in contrasto con: a) il principio generale sancito dallo Statuto dei Lavoratori (applicabile anche ai lavoratori pubblici in virtù del principio di omogeneizzazione della normativa dell’impiego pubblico e privato): l’articolo 4 della legge n. 300/1970 limita l’impiego degli “impianti audiovisivi e di altri strumenti dai quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori” e testualmente recita che tale modalità “non si applica …….. agli strumenti di registrazione degli accessi e delle presenze”; b) con il “principio della proporzionalità” sancito dai Trattati dell’Unione Europea, come diffusamente argomentato pochi giorni fa in questa stessa sede dal Presidente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali: in base a tal principio non è consentito approvare leggi che prevedano misure di contrasto sproporzionate rispetto al fenomeno che si intende regolare. In altri termini, non ha senso predisporre apparati tecnologici necessari alla prevenzione degli attentati terroristici per assicurare la regolarità delle presenze in servizio. Si vedano in tal senso le articolate osservazioni del presidente dell’Autorità Garante (clicca qui).

Eppure il disegno di legge, con ogni probabilità, completerà il suo corso e la legge verrà promulgata. I costi di impianto di questi sistemi saranno ingentissimi e inutili.

Soprattutto verrà “rivenduta” all’opinione pubblica, per l’ennesima volta, l’idea i problemi del Paese si risolvono individuando un colpevole su cui riversare ostilità e frustrazione. Una tecnica classica del populismo, utilizzata, come noto, anche in altri ambiti.

Così non si riformerà di certo la pubblica amministrazione.

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