Riforma della PA

L’Handicap informatico nella Pubblica Amministrazione

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I servizi online che offre Roma Capitale sono “sulla carta”   molteplici: dalla visualizzazione e comunicazione di propri dati all’avvio di una pratica, dal calcolo di un’ imposta all’effettuazione di un pagamento. Eppure per la stragrande maggioranza dei cittadini l’accesso e la fruizione dei servizi amministrativi è ad oggi tutt’altro che agevole: il tempo medio passato allo sportello e soprattutto il tempo di attesa per la definizione delle istanze non è in linea con quello delle maggiori capitali europee.

Il basso livello di qualità dei servizi amministrativi è troppo spesso e troppo facilmente imputato alla scarsa efficienza e produttività del personale, alla complessità delle norme e delle procedure, all’articolazione e all’intreccio delle competenze all’interno della P.A.

Più raramente si riflette sull’enorme ritardo tecnologico e sul grado di arretratezza nell’utilizzo dell’informatica: esistono nella PA 82 sistemi informatici di grandi dimensioni e 27 mila sistemi informatici intermedi, un numero sempre maggiore di centri di calcolo negli oltre 8.000 comuni ed enti locali italiani e 1.033 data center.

Il quadro tracciato nelle 160 pagine della Commissione parlamentare di inchiesta sul livello di digitalizzazione e innovazione della pubblica amministrazione che ha concluso i suoi lavori il 26 ottobre 2017 è desolante: mancano persone competenti (anche se sono oltre 32 mila i dipendenti pubblici che lavorano nel campo dell’ICT), i progetti sono portati avanti con ritardi inaccettabili, “la mancanza di adeguate competenze interne impedisce alla PA di contrattare adeguatamente con i fornitori, di progettare correttamente le soluzioni necessarie, di scrivere bandi di gara che selezionino il prodotto o il servizio più adeguato e aperto a nuove implementazioni e, infine, di controllare efficacemente lo sviluppo e la realizzazione delle soluzioni informatiche”.

Anche a livello internazionale, da anni l’Italia si trova in coda alla classifica del Digital Economy and Society Index (DESI), l’indice che analizza la connettività, il capitale umano, l’uso di Internet, l’integrazione degli strumenti digitali in ambito aziendale e la digitalizzazione della pubblica amministrazione. L’ultima rilevazione posiziona il nostro Paese al 25° posto (1) .

Insoddisfacente risulta la modalità di interazione a distanza che i residenti in Italia hanno con la pubblica amministrazione: solo il 24 per cento usa i servizi di e-gov. digitali nella vita di tutti i giorni. Tra gli altri grandi partner europei la Francia si attesta al 66 per cento, Germania e Regno Unito al 55 per cento e la Spagna al 50 per cento. Un vero paradosso in un Paese in cui la popolazione sembra essere attratta dal mondo digitale e dalle modalità di interazione a distanza e in cui si riscontra un’altissima diffusione di dispositivi mobili (1,3 abbonamenti per abitante).

In questo contesto, è innegabile che l’insufficiente digitalizzazione della PA possa ritenersi una delle concause del basso livello dei servizi offerti dalla PA al cittadino. Se è vero che in qualunque organizzazione, specie se complessa,   la disponibilità di banche dati accessibili, aggiornate e integrate tra loro consente di accelerare e fluidificare i processi di delivery, tanto più in ambito pubblico, la condivisione delle informazioni tra le diverse amministrazioni pubbliche centrali e locali è il primo fondamentale requisito in grado di:

  • abilitare l’accesso e la fruizione dei propri dati da parte di ciascun cittadino attraverso lo “scambio” e la condivisione dei dati detenuti e utilizzati per i servizi di rispettiva competenza;
  • evitare costose duplicazioni correlate alla manutenzione e all’implementazione delle diverse base dati, favorendo un miglior controllo delle spese e una crescente efficienza dei servizi offerti.

Solo apparentemente il legislatore ha preso in carico questa primaria e inderogabile istanza di modernizzazione;  se guardiamo la cornice normativa di riferimento scopriamo che attraverso le norme ci si è limitati a indirizzare, a tracciare le linee guida al processo di trasformazione digitale, nell’illusione che sarebbe stato sufficiente “spiegare” ai dirigenti pubblici e agli amministratori locali come mettere in atto la digitalizzazione per assicurare l’avvio e il completamento di un percorso che invece è tecnicamente complicato e culturalmente estremamente impegnativo.

Il Codice dell’ Amministrazione Digitale risale infatti al 2005 (D.lgs. n. 82/2005)   e affronta per la prima volta in modo organico il tema dell’ utilizzo delle tecniche messe a disposizione dall’ICT nelle pubbliche amministrazioni, disciplinando le regole per il corretto utilizzo della firma digitale nonché le procedure da adottare per la registrazione, riproduzione, conservazione e trasmissione del documento informatico.

Da allora , una serie di provvedimenti si sono succeduti sul tema (2) ma nonostante tali riforme la situazione della P.A. ha fatto passi avanti solo in alcuni specifici settori (pensi ad esempio a quanto realizzato con il 730 on line), a “macchia di leopardo”, con una progressione – nella direzione della C.d. “cittadinanza digitale” – molto inferiore alle aspettative e agli standard degli altri Paese Europei.

L’idea di fondo che purtroppo ispira il nostro legislatore è che il cambiamento possa essere innescato in maniera “coercitiva” fissando obblighi, termini perentori e scadenze (3).

In realtà, in materie come questa, fissare regole e standard tecnologici idonei a garantire gli scambi di informazioni tra le varie amministrazioni, tracciare le linee guida e programmatiche è solo un presupposto necessario ma certo non sufficiente a promuovere l’innovazione e la trasformazione.

Per realizzare un “vero” cambiamento e per cogliere tutte le opportunità che le tecnologie digitali abilitano, sia all’interno delle amministrazioni sia nei rapporti tra queste e cittadini e imprese, occorre attivare un circolo virtuoso che presuppone:

  1. risorse economiche sufficienti ad assicurare l’evoluzione della piattaforma tecnologica (hardware e software adeguati);
  2. un contesto organizzativo idoneo favorire la reingegnerizzazione dei processi e dei flussi informativi, nell’ottica dello snellimento e della semplificazione procedurale;
  3. un “capitale umano”   orientato ad accogliere e promuovere nuove modalità di lavoro, in possesso di una formazione adeguata a porre il cittadino e i suoi bisogni al centro di tutti i procedimenti amministrativi.

E’ facile arrivare alla conclusione che senza intervenire in maniera concreta su ognuno di questi ambiti, il tanto atteso miglioramento nell’accesso e nella fruizione dei servizi non potrà realizzarsi.

E così, mentre da ogni parte si dichiara che la politica deve occuparsi primariamente di quello che riguarda e condiziona la “vita dei cittadini”, colpisce che in nessuno programma elettorale si sia dato il giusto rilievo alla c.d, “agenda digitale”, delineando un programma concreto e credibile per il prossimo quinquennio che porti a definire con necessaria chiarezza quali siano gli obiettivi che si vogliono raggiungere, quali i “valori” che potranno essere espressi da una futura PA in buona parte digitalizzata, quali prospettive abbiamo nel breve/medio termine di poter accedere in modo semplice ed immediato ai servizi di cui abbiamo bisogno, possibilmente online, in ogni caso rapidamente, e, comunque, senza avere la necessità di recarsi di persona presso un ufficio pubblico, a meno che non siamo noi stessi a desiderarlo e richiederlo.


 

(1)      L’indice di digitalizzazione dell’economia e della società (DESI – Digital Economy and Society Index) basato sulla misurazione di cinque parametri:
1. Connettività: banda larga fissa, banda larga mobile, velocità e prezzi della banda larga;
2. Capitale umano: uso di Internet e competenze digitali di base e avanzate;
3. Uso di Internet: utilizzo di contenuti, comunicazioni e transazioni on line da parte dei cittadini;
4. Integrazione delle tecnologie digitali: digitalizzazione delle imprese e commercio elettronico (e-commerce);
5. Servizi pubblici digitali: Governo elettronico (e-government);

(2)      D. Lgs. 4 aprile 2006, n. 159, legge 24 dicembre 2007, n. 244, legge 28 gennaio 2009 n. 2, legge 18 giugno 2009, n. 69, legge 3 agosto 2009, n. 102, d.lgs. 30 dicembre 2010, n. 235, legge n. 221/2012 (recante i principi dell’Agenda Digitale), legge n. 98/2013 (decreto del fare), d.lgs. n. 179 del 26 agosto 2016 (riforma Madia).

(3)      Basti pensare il decreto attuativo del Codice dell’Amministrazione Digitale (2) fissa le regole tecniche in materia di formazione, trasmissione, copia, duplicazione, riproduzione e validazione temporale dei documenti informatici, quasi 10 anni dopo il varo del codice dell’amministrazione digitale e, come se non bastasse, fissa un “nuovo” termine alle Amministrazioni: 18 mesi già scaduti , appunto, l’11 agosto 2016. E ancora, di nuovo, a tutte le pubbliche amministrazioni (dai Ministeri ai Comuni, dalle Regioni alle Università, passando per Scuole, Camere di Commercio e Aziende Sanitarie) nonché le società partecipate dalle pubbliche amministrazioni e inserite nel conto economico consolidato della pubblica amministrazione si fissa l’obbligo di redigere gli originali dei documenti come documenti informatici e di aprire un fascicolo informatico per ogni procedimento amministrativo di competenza….