RIFORMA DELLA PA

Il problema economico e sociale dell’inefficienza della PA

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Nel suo “Elogio della divulgazione”, una lectio magistralis tenuta all’università Ca’ Foscari di Venezia, il direttore generale della banca d’Italia Salvatore Rossi, dopo aver esaminato i numerosi motivi che hanno portato l’Italia a non crescere più sul piano economico, conclude che la ragione più importante, mai citata o citata pochissimo dai nostri politici, è la mancanza di efficienza nel nostro sistema. Lo sperimentiamo tutti noi e tutti i giorni.

“Il principale problema italiano”, ha detto Salvatore Rossi, “è l’efficienza media di chi produce. Da molti anni essa cresce poco o non cresce affatto perchè la tecnologia adoperata è inadatta, perchè leggi e regolamenti sono ostili, perchè le istituzioni pubbliche sono zoppicanti, perchè gli imprenditori, a volte, non vogliono aumentare le dimensioni della loro azienda, perchè, perchè, perchè…”.

Ce ne accorgiamo ogni giorno. Manca l’efficienza. Per trascuratezza, per ignoranza, per malafede, addirittura per disprezzo di chi amministra nei confronti di chi è amministrato le cose non vanno come dovrebbero andare. Quattro piccole storie, capitate a persone che conosco, in questi giorni, ne rappresentano un esempio, niente di eclatante, ma sono esattamente ciò che ci rende faticoso affrontare la giornata.

La graduatoria 2017 risultante dal rapporto Internazionale sull’efficenza della PA (INCSE/The International Civil Service Effectiveness, Oxford). Elaborazione grafica Sole 24 Ore.

 

A Roma, ma non è che nelle altre grandi città italiane vada benissimo, per avere la nuova carta di identità elettronica se ne vanno dai tre ai cinque mesi. Quella di carta veniva rilasciata a vista dai municipi, costava solo 4 euro e 50, durava dieci anni e tutto sommato funzionava. Questa elettronica, dopo la sfortunata esperienza del “Tupassi”, magica quanto inutile paroletta, dove, per il primo appuntamento richiesto via computer, passavano tre mesi, dal primo luglio va richiesta attraverso un link presso il Ministero degli Interni.

Il cambiamento è stato deciso proprio d’estate, il primo luglio, per permettere ai cittadini di poter andarsene in vacanza con il loro bel documento in ordine, ma le cose non vanno meglio: se ne vanno sempre dai tre ai quattro mesi di attesa. Per di più, pur essendo una banale tessera in policarbonato, viene a costare intorno ai 28 euro, una cifra spropositata rispetto alla vecchia carta.

Le ragioni di questa attesa lunghissima è inspiegabile ,visto che la sperimentazione era partita da anni? La cattiva organizzazione degli uffici dell’anagrafe, la inadeguatezza della piattaforma web, il solito personale insufficiente, dicono gli addetti ai lavori, anche se più che insufficiente il sospetto è che sia impreparato. Il figlio di una mia amica, uno studente dell’università, l’ha richiesta a settembre. Dovrebbe ritirarla prima di Natale. E’ normale?

Un altro caso, a Roma, è quello degli “sfascia-carrozze”, quella sorta di discariche dove si vanno a lasciare motorini e automobili scassati destinati alla rottamazione. Dopo alcuni incendi scoppiati in questi spazi tenuti in cattive condizioni e quindi regno di topi e scarafaggi, il comune ha ritirato le licenze obbligandoli tutti alla chiusura in vista di un futuro esame alla conclusione del quale avrebbe concesso a quelli tenuti in ordine il permesso di riaprire.

Risultato? Uno che questa estate voleva disfarsi di un motorino oppure di una automobile era costretto a tenersela parcheggiata sotto casa in attesa che lo sfascia-carrozze di zona riaprisse. Certo, qualcuno fuori città aperto c’era, ma come si fa ad andarsene lontano percorrendo svariati chilometri con un mezzo fuori uso? Si deve chiamare il carro-attrezzi, prendere un appuntamento, spendere soldi in più e infine sperare che tutto vada bene.

Non è un caso che le strade di Roma, già afflitte da buche piccole e grandi, autobus fatiscenti a volteperfino in fiamme, rami di alberi tagliati e lasciti a giacere, siano punteggiate da veicoli chiaramente abbandonati, in attesa che qualcuno se ne faccia carico. Mio figlio, dopo aver cercato come sbarazzarsi di un motorino che era ormai diventato un catorcio inutilizzabile, ha avuto la fortuna di poterlo cedere a un ragazzino con la passione per la meccanica che l’avrebbe usato come materiale da ricambio per costruirsi un nuovo scooter, e se ne è liberato. Ma gli altri? Ci voleva molto per il comune a scegliere uno “sfascia-carrozze” efficiente per quartiere e lasciarlo lavorare in santa pace?

Un mistero, poi, sono le visite in ospedale per curare una malattia cronica. Superato lo scoglio di esser presi in cura, talora ricorrendo al ricovero nel pronto soccorso che non per caso è sempre pieno di malati non urgenti, i medici fissano la scadenza per una seconda e poi una terza visita, necessarie a controllare l’andamento della cura. Ormai si è dentro l’assistenza sanitaria nazionale: il più sembra fatto. Non è così. Pur avendo i medici i loro bravi computer e potendo sapere quanti pazienti arriveranno nella giornata, la convocazione per tutti è fissata al mattino presto, alla stessa ora, col risultato che molti devono fare attese snervanti prima di avere il piacere di essere convocati dal medico di turno.

Medico bravo, spesso bravissimo, ma che arriva quando vuole tanto i pazienti stanno là e aspettano. Negli studi privati si va per appuntamento, nella sanità pubblica no: tutti ammucchiati sulle panche in attesa che un infermiere pronunci il proprio nome, come se quella visita medica non fosse un diritto del cittadino ma un gesto compiuto da un generoso benefattore. E intanto non si va a lavorare, non si fa la spesa, non si passa a prendere i figli a scuola, si buttano via ore e ore che, oltre a infastidire, costano alla collettività. Una mia conoscente di una quarantina d’anni, afflitta da un processo degenerativo agli occhi che potrebbe portarla alla cecità, è entrata al policlinico Umberto Primo alle otto e trenta del mattino e ne è uscita dopo l’una, all’ora di pranzo. E’ tanto complicato scadenzare le visite?

Addirittura scandaloso, poi, è quanto capita poi a quelli che, avendo perso il lavoro, devono ricevere l’assegno di disoccupazione che arriva, certo che arriva!, ma dopo mesi che se ne è fatta la richiesta. Qua la questione è davvero grave. Come deve fare a campare un lavoratore senza stipendio? E perchè nessuno si ribella di fronte a questa pratica indecente che lo lascia, per giorni e giorni, in uno stato di bisogno dolorosissimo? Se è un cittadino italiano con una famiglia che può sostenerlo chiede un prestito a un familiare o a un amico e va avanti, oppure ricorre al “lavoro nero” accettando qualunque paga perchè, in quel momento, è debole e ricattabile.

Ma se è uno straniero? Chi gli fornisce il denaro con cui vivere lui e la sua famiglia? Ho sotto gli occhi il caso di una rumena, ex- commessa in un supermercato, una ragazza madre con una figlia adolescente e un padre malato a carico, da dieci anni in Italia con regolare permesso che non sa più dove sbattere la testa: i quattro soldi per la disoccupazione non arrivano. Sono tre mesi che aspetta e nessuno le ha saputo dire quando arriveranno. E come lei ce ne sono molti. Ci sarebbe da stupirsi se si mettesse a rubare nei grandi magazzini? Se scegliesse di prostituirsi lungo le nostre strade? Se si intrufolasse come badante in una casa per portar via quelle quattro cose d’oro che ciascuno conserva per ricordo? Non ci si può lamentare, poi, se nelle nostre carceri il numero degli stranieri è alto: quale aiuto siamo capaci di dare a quegli immigrati regolari e lavoratori che si sono comportati sempre bene ?

Efficienza. Ci vorrebbe solo una maggiore efficienza. A costo zero perchè per produrre efficienza servono riforme, semplificazioni, sveltimenti e investimenti bassi, bassissimi Se ci fosse efficienza noi italiani e stranieri, insieme, staremmo meglio, avremmo una esistenza più semplice, non litigheremmo nelle file agli sportelli, non penseremmo che i politici sono tutti ladri e quelli col posto fisso tutti nullafacenti, non passeremmo le giornate a studiare come incastrare un impegno dentro l’altro senza trovare la soluzione giusta, non borbotteremmo a bassa voce correndo da un posto a un altro. Forse avremmo persino il tempo di scambiarci un sorriso.

E L’Italia, sostiene Salvatore Rossi dall’alto del suo ruolo di direttore generale della Banca d’Italia, potrebbe perfino ricominciare ad avere una economia in crescita.

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