Riforma della PA

La “soffiata” come dovere civico

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In qualunque Paese o nazione generalmente una legge “funziona meglio “ – cioè riceve adeguata attuazione – se, oltre alle prescrizioni e alle sanzioni previste, riscuote il consenso convinto della comunità nazionale cui è rivolta ed è dotata di meccanismi adatti per una sua effettiva attuazione e successo. Questa premessa – verificabile sul campo in mille esperienze di leggi emanate e rimaste solo sulla carta della Gazzetta Ufficiale – è necessaria per comprendere l’importanza di una legge, recentemente approvata dal Parlamento, che impedisce le ritorsioni personali nei confronti dei dipendenti che denuncino all’autorità penale o civile qualche reato o irregolarità, di cui siano venuti a conoscenza, nel posto in cui lavorano.

Sembra un particolare di non grande rilevanza, ma è vero il contrario, tanto che la presidentessa della Camera, Laura Boldrini, ha dichiarato che l’approvazione della legge “è un altro rilevante passo avanti del Parlamento nella lotta all’illegalità e in favore della trasparenza”.

Tutto nasce da una legge in vigore negli Stati Uniti dal 1989 la “Whistleblower protection act”. Chi è il whistleblower? E’ l’autore di una “soffiata” alla Magistratura, il quale con la sua testimonianza riservata può mettere in moto un benefico percorso di indagine e di ripristino della legalità in zone, non solo della pubblica amministrazione, dove siano in atto dinamiche caratterizzati da corruzione, malversazione o comunque irregolarità – vedi qui . Anche in Italia era in vigore da qualche anno una legge simile a quella statunitense. Tuttavia, qui si ritorna alla nostra premessa iniziale: negli Stati Uniti e nei paesi anglosassoni in genere, la denuncia, “la soffiata” alle autorità riguardante “qualcosa o qualcuno” vengono salutate come comportamenti moralmente leciti e positivi. Non così in altri contesti culturali, nei quali lo stesso atto della “soffiata” viene giudicato secondo un canone “morale” opposto, come atto vile di indebita intromissione in fatti e comportamenti che non riguardano, né toccano il denunciante. Noi naturalmente siamo dalla parte degli anglosassoni, per il semplice motivo che gli atti e i comportamenti illegali riguardano tutti noi, danneggiano lo Stato e la convivenza civile, quindi è giusto considerare un dovere civico la loro denuncia.

Certo!….. Ma, chi tutela l’impiegata/o che denuncia il proprio dirigente? Fatti di cronaca recente hanno rivelato episodi in cui si sono verificate ritorsioni pesantissime nei confronti di autori di denunce (si veda qui il caso della funzionaria dell’INPS sottoposta a mobbing per anni per aver denunciato una situazione di illegalità che riguardava una sua superiore – vedi qui )

Il legislatore sembra aver preso atto dell’importanza del pericolo di queste ritorsioni solo di recente, perché, prima della promulgazione della legge la denuncia di un’illegalità, non esisteva un efficace sistema di tutela. Lo stesso presidente dell’Autorità anticorruzione Raffaele Cantone ha sottolineato che “chi segnala illeciti di cui è venuto a conoscenza sul luogo di lavoro non può essere lasciato solo, esposto al rischio di minacce, ritorsioni e perfino di perdere il posto – vedi qui. In questo modo, fino ad oggi, nessuno era incentivato ad utilizzare lo strumento che la legge teoricamente metteva a sua disposizione.

Con la nuova legge di prossima promulgazione (vedi qui il testo approvato dal Parlamento) il pubblico dipendente che “denuncia all’autorità giudiziaria ordinaria o a quella contabile, condotte illecite di cui è venuto a conoscenza in ragione del proprio rapporto di lavoro non può essere sanzionato, demansionato, licenziato, trasferito, o sottoposto ad altra misura organizzativa avente effetti negativi”, “L’identità del segnalante non può essere rivelata. Nell’ambito del procedimento penale, l’identità del segnalante è coperta dal segreto”, “Qualora venga accertata, nell’ambito dell’istruttoria condotta dall’ANAC, l’adozione di misure discriminatorie…….  l’ANAC applica al responsabile che ha adottato tale misura una sanzione amministrativa pecuniaria da 5.000 a 30.000 euro”, “Il segnalante che sia licenziato a motivo della segnalazione è reintegrato nel posto di lavoro”.

In conclusione, la legge ora prescrive che il denunciante deve essere sempre adeguatamente tutelato e che le autorità pubbliche cui perviene la denuncia si devono far carico della sua protezione.

Il “Whistleblower protection act” sopra ricordato si è rivelato nel corso degli anni come un atto di grande civiltà e un efficace deterrente per disincentivare comportamenti “disinvolti” negli uffici pubblici federali. La legislazione italiana ne costituisce la riproposizione nel nostro Ordinamento.

Speriamo che funzioni efficacemente anche da noi.

APPROFONDIMENTO: chi sono i whistleblower

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