Riforma della PA

L’audiovisivo a Roma? “È n’ cinema!”, come dicono i romani

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Riforma dell’audiovisivo

Oggi se abiti a Roma puoi sperare di fare l’elettricista in una troupe, l’aiuto costumista di uno show, l’allievo che porta il caffè allo sceneggiatore per farsi notare (“l’ho già zuccherato!”) come talento narrativo, bussare a qualche ufficio che ripartisce incentivi per produrre a chi col grosso si sfama e col resto abborraccia una quantità incredibile –perché il nulla si moltiplica facilmente – di film lungometraggio, di corti, di documentari.

Se abiti a Roma la tua vita è un flipperare fra relazioni corte (le fideiussioni dei parenti), medie (ministeri, assessorati e banche), lunghe (i –mitici- fondi europei) che tutti ti aiutino nella decisiva corsa verso il finale che ti cambia un pochino la vita: la RAI che, chissà perché, ti compra.

Se non abiti a Roma ma ti vedi in Nuovo Cinema Paradiso e aspiri al titolo di coda, diramerai dapprima concept, idee, paper format, e quant’altro si può concepire con la testa e senza portafoglio. La risposta sarà come nelle grotte del Malabar, il silenzio. Spererai allora nel politico locale che, di compare in compare, sappia aprirti le porte della Capitale e, se ciò accadrà, ti sarai avviato alla sopradescritta sorte della pallina da flipper.

Insomma, Roma è sì la capitale –su questo non c’è dubbio- del cinema e della televisione nazionale, ma nel senso che ne ospita la Corte dei  Miracoli. Perché questo –un incrocio di espedienti e precarietà- è l’audiovisivo italiano da almeno quaranta anni.

Anzi, quaranta anni meno uno, perché le “riforme Franceschini” hanno comunque fissato una rotta diversa, più industriale e più orientata allo spettatore globale, per l’impiego delle sovvenzioni pubbliche. Buona riforma che di certo avrà fatto perdere al Governo che l’ha fatta un bel po’ di voti proprio nell’affollata Corte degli aspiranti miracolati.

Ma a ben poco sarà servita la meritoria, e dunque autolesionista, politica di riforma del cinema, ovvero dei meccanismi delle sovvenzioni statali, se non le verrà in soccorso, e alla svelta, una profonda profondissima, riforma degli orizzonti industriali della RAI. Qui ci sono altri numerosi voti da perdere fra i contemporanei sperando nella gratitudine dei posteri.

Perché? Semplice: le risorse Rai sono in gran parte bloccate su attività ridondanti nel settore dei TG (provate a contare le Testate, non solo la 1, la 2 e la 3 – che già così viene da ridere se si fa il confronto con le Rai d’oltre confine). Se non scongeli questo ghiacciaio non verranno mai messi in circolo quelle centinaia di milioni in più che, non in quanto “sovvenzioni” (per queste vedi sopra) ma come “commissioni” servono per irrigare davvero un sistema audiovisivo di un Paese di 60 milioni di, per quanto incazzati, abitanti. Che differenza c’è fra sovvenzione e commissione? La prima non entra nel merito di ciò che fai e ti aiuta perché lo fai. La seconda è un investimento compiuto da un editore che concorda col produttore quel che gli serve. Insomma, grazie alla prima aiuti a galleggiare le palline del flipper; con la seconda le stabilizzi in rapporti strutturati, prodotti vagliati, visioni di mercato più ampie.

Ergo, fra le tante forniture di popcorn richieste da chi vuol vedere cosa combineranno i protagonisti della nuova legislatura, di sicuro la più gustosa rischia di essere quella riservata all’eterna rappresentazione della Riforma Rai (a proposito: a luglio scade il CdA). I problemi, a volte ritornano, specie se stanno sempre là.

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