Riforma della PA

Pubblica Amministrazione: da zavorra del sistema a motore di sviluppo

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Quando un semplice cittadino o il responsabile di un’impresa privata ha a che fare con una pubblica amministrazione vive spessissimo l’esperienza fisica e materiale di uffici fatiscenti, cumuli di carte, impiegati ostili e trafelati e dirigenti ignavi e refrattari. Soprattutto è costretto a vivere situazioni in cui i problemi non si risolvono, ma si incancreniscono e si aggravano fino allo sfinimento di qualunque velleità di operare in un contesto istituzionale degno di un Paese civile avanzato.

La pubblica amministrazione vissuta con un tale approccio non può che generare – e in effetti genera – un sentimento di ostilità, fastidio, estraneità e rivolta morale per il denaro pubblico che viene assorbito in un vortice di disordine e incuria. Il termine “burocrazia” – così come usato in Italia – sintetizza questo senso di disgusto.

Come sempre le apparenze ingannano o, quanto meno, nel caso in ispecie allontanano dannosamente l’attenzione dalle questioni di fondo, mai affrontate nel nostro Paese. Mai affrontate, sia chiaro, fin dai tempi dell’Unità d’Italia! Lo storico Guido Melis parla del riformismo nella pubblica amministrazione come di “una storia di vinti” (vedi) abbracciando con ciò le mille vicende di riforme mai realizzate e annegate fra polemiche e guerre infinite fra sostenitori di diverse, talora opposte e inconciliabili concezioni e ricette di soluzione.

Tuttavia, il più delle volte si è trattato di “guerricciole” combattute fra gli addetti ai lavori.

Forse allora è il caso di fare un passo indietro e di riflettere sul modo con il quale i ceti dirigenti di altri Paesi hanno letto e analizzato le questioni della pubblica amministrazione. Luigi XIV, nelle memorie scritte per suo figlio il Delfino di Francia, ci fa capire – proprio lui che è lo storico prototipo dell’”uomo solo al comando” – quanto sia importante nella dimensione culturale di uno Stato moderno il pensiero e la cura assidua per il sistema degli “intendenti”; come sia questo il volano indispensabile per garantire a una qualunque classe politica al potere il governo di uno Stato. Così come lui, tutti gli Stati occidentali contemporanei avanzati annoverano lo studio e l’approfondimento delle tecniche di funzionamento degli uffici pubblici come problema politico e istituzionale di valore primario.

Solo qui in Italia i temi approfonditi e affrontati dai poteri, dagli intellettuali e delle classi dirigenti sono stati quasi sempre limitati – anche e soprattutto a livello teorico – alla parte di vertice, alla “testa” politica della gestione dello Stato moderno, con contributi e interesse scarsissimo al funzionamento concreto della “macchina” che attua e sostiene l’attuazione di qualunque iniziativa politica. I problemi di funzionamento della macchina amministrativa sono stati sempre e comunque “scansati” e demandati ai soli grandi giuristi del diritto amministrativo (quando non anche a improvvisati apprendisti stregoni), senza mai costituire oggetto di una seria, partecipata e concreta discussione di primaria importanza politica.

Questo modo di approccio ai problemi dello Stato fa pensare alle corse automobilistiche: è come se per le nostre Ferrari si pensasse di partecipare ai gran premi confidando solo nella classe dei piloti senza occuparsi della meccanica dei motori e dell’aerodinamicità delle auto. Un ceto dirigente che non si preoccupa dell’ingegneria dello Stato in qualche modo esprime un’idea generale che alla fine si auto-avvera nel cattivo funzionamento di ciò di cui non ci si occupa mai veramente e seriamente.

Forse, partendo da queste riflessioni, possiamo individuare il contesto logico adeguato per parlare di pubblica amministrazione. La PA – come predicato da anni dall’economista Mariana Mazzucato, ma come sapeva già bene due secoli fa Maria Teresa d’Austria – non è la zavorra di un sistema economico (da “alleggerire” al massimo come predicano continuamente i liberisti in servizio permanente effettivo), ma il luogo principe dal quale partono le idee, le azioni e i finanziamenti necessari per far crescere e prosperare i sistemi economici e le politiche di welfare di un Popolo. Sottovalutare o affrontare con superficialità e fastidio i problemi della “macchina amministrativa” è segno di debolezza culturale di tutto il ceto dirigente di questo Paese.

Cominciamo a ragionare partendo da qui.

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