Riforma della PA

Tutta colpa dell’Ascensore sociale?!

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Grande appare la sorpresa, soprattutto all’estero, per quello che sta avvenendo in Italia in questi giorni, il governo M5S-Lega, figlio legittimo del voto del 4 marzo scorso, appare a molti osservatori nazionali, ma soprattutto all’estero, un frutto paradossale dei nostri tempi, principalmente per la scarsa qualità culturale e di modi di coloro che compongono queste due formazioni politiche.

Quello che è sorprendente, è invece, a mio parere, che questo fenomeno sia stato, in qualche modo, parzialmente arginato in altri grandi paesi, come la Gran Bretagna della Brexit, la Francia del Lepenismo, stoppato dalla istantanea pezza Macron e la Germania del boom economico costante che, cionondimeno, è stata messa sotto scacco da un preoccupante ritorno in scena di movimenti incolti e violenti di destra più o meno estrema, con non nascoste nostalgie naziste.

Eppure, la storia di questo ultimo quinquennio, con accelerazione dal 2016, è stata piena di scalate al potere imprevedibili, anche in altri paesi democratici da parte di personaggi come Trump, il più clamoroso negli Usa, e dei tanti piccoli movimenti destrorsi emersi e divenuti vincenti, ad esempio, nella vicina Austria e soprattutto nell’Europa dell’est, ex sovietica, col certo appoggio esterno di Putin, che i medesimi commentatori evidentemente hanno archiviato fossero episodi particolari ed a sè stanti.

Aldilà delle convenienze dei blocchi di potere internazionali che hanno certamente influenzato e favorito nel nostro paese in particolare questo drammatico e vistoso cambio della guardia, in realtà il vero motore di questi sconvolgimenti nel nostro paese in particolare, ha origine nell’inceppamento di quel meccanismo, in qualche modo automatico, che presiede i cicli economici e l’evoluzione e l’avvicendamento delle classi dirigenti che viene definito: l’ascensore sociale.

Per ascensore sociale, termine di derivazione francese, si intende, secondo definizioni autorevoli un processo che consente e agevola il cambiamento di stato sociale e l’integrazione tra i diversi strati che formano la società.

E’ di tutta evidenza, che questa indispensabile funzione che indica la salute democratica di una società civile, è, purtroppo inceppata da ormai almeno due decenni.

Già negli ultimi anni dello scorso secolo si scriveva di questo problema, come di un fenomeno già in essere, evidenziando le differenze fra il più agevole ricambio generazionale in una società in crescita, come quella degli Anni Cinquanta e Sessanta, confrontandola con la società ereditaria dei Novanta, dove l’ascensore sociale è in panne e i figli ereditavano, con i beni, anche il mestiere e lo status dei padri. Si sottolineava che quella generazione che si affacciava nella società della fine del secolo scorso era la prima generazione a non aver fatto politica e a non aver conosciuto la scuola formativa delle generazioni precedenti dove si formavano le capacità – di parlare in pubblico, di entrare in relazione con gli altri, non ultima la capacità di lavoro – indispensabili ad assumere una leadership.

Otto anni dopo, nel 2007, alla vigilia della grande crisi economica che ha colpito il mondo intero alla fine di quell’anno e dura ancora, celebrando la nascita, probabilmente tardiva e poco “coraggiosa”, del Pd si consigliava al nuovo partito, destinato ad operare, volente o nolente, in un sistema capitalista, di scegliere, in quell’ambito, un modello aperto di società, in cui la mobilità sociale fosse elevata, evitando di continuare sul modello, all’epoca vincente, in cui la generazione al potere teneva bloccato l’ascensore sociale che permette il ricambio ed optando per la schumpeteriana distruzione creatrice, declinando le posizioni nei temi pratici, e spiegandone i motivi.

Le scelte del nuovo partito, tuttavia, all’epoca, furono altre rese necessarie dalla difficoltà di far partire e rimanere coeso un raggruppamento non proprio omogeneo di dirigenti politici formatisi in diverse realtà culturali.

La citazione del famoso economista austriaco-americano Joseph Alois Schumpeter, l'”inventore” della teoria “dinamica” dello sviluppo, basato su cicli, strettamente connessi alle fasi di innovazione, mi sembra del tutto appropriata nella situazione attuale. Schumpeter, assimilava l’economia e di conseguenza la politica con le loro fasi cicliche, non tanto alle scienze sociali, ma a quelle naturali, ritenendo che ci sia una sorta di meccanica necessaria nei comportamenti economici e politici dell’uomo in relazione al verificarsi di determinati eventi.
Le fasi di trasformazione sotto la spinta di innovazioni maggiori vengono definite da Schumpeter di “distruzione creatrice” (o “distruzione creativa”), alludendo, con questa espressione, al drastico processo selettivo che le contraddistingue, nel quale molte aziende spariscono, altre ne nascono, e altre si rafforzano.

Si tratta, in pratica di una definizione scientifica dell’ascensore sociale, di cui in premessa, che a fronte di importanti innovazioni, positive o negative che siano, di alta rilevanza sociale, si deve attivare e generare un ricambio della classe dirigente del paese.

Ciò che, nel nostro paese, ma non solo, non è avvenuto in maniera pacifica, e poco traumatica in quanto progressiva, come avrebbe dovuto, ma solo in maniera per molti versi drammatica ed integralista, come ci dimostra la storia dell’ultimo quasi decennio.

In un post di qualche giorno fa, letto mentre scrivevo questo articolo, un mio amico ha, giustamente, osservato: “Alla fine dei conti quello che sta accadendo in questo Paese mi ricorda il mito di Giove e Saturno….
perché una massa enorme di venti/trenta/quaranta/cinquantenni si incaponisce a sostenere i Di Maio e i Salvini nonostante tutte le evidenze? Semplice, perché qualunque cosa è migliore per loro di una classe politica “stagionata ” che voleva rimanere testardamente al comando…..accade sempre così in natura: il giovane si rivolta contro l’anziano che non vuole mollare il potere….non è detto che “Giove” sia meglio di “Saturno”, anzi è sicuro di no, ma di fronte alle dinamiche della natura “che spinge” non ci sono argini immediati.”

L’evocazione dell’ascensore sociale è anche qui al centro del ragionamento.

Ne consegue, che ciò che sta avvenendo in modo così traumatico per il nostro paese e la sua classe dirigente più responsabile, era nelle cose e doveva avvenire, facciamocene una ragione, se non logica, psicologica di massa: l’errore dei vecchi “padroni del vapore”, per citare un altro economista col vizio della politica, Ernesto Rossi, è consistito nell’aver consentito solo un falso ricambio di generazione, mediante la cooptazione di volenterosi “ragazzi di bottega”, ridotti al compito di yesman, e bloccato con la forza l’emersione dei giovani migliori e più preparati ed intellettualmente autonomi come Renzi, Calenda, e quelli della sua squadra di governo.

Ciò è avvenuto non solo nel PD dei Bersani, D’Alema&co, ma anche a molti altri giovani di qualità, rimasti bloccati, negli altri partiti più moderati del centrodestra (tuttora dominato da un 82enne che sceglie solo i favoriti che non gli possono far ombra).

In pratica è possibile evocare, in questa dinamica, sempre esistita, il complesso del padre (madre?) da superare per poter crescere, una fase istintiva riconosciuta, in qualche modo, da tutti, drammaturghi, a partire da Euripide col suo Edipo, filosofi o psichiatri.
Qualcuno per descrivere questa frase userebbe l’espressione edipica di “uccidere il padre”, evocata dal genio di Freud.

Nel secondo dopoguerra mondiale, finora, questo passaggio non è mai stato così drammatico, perché, in qualche modo, questo superamento dell’ombra del padre era nelle cose: salvo in pochi casi, infatti, le generazioni successive erano più colte e preparate delle precedenti ed il ricambio in qualche modo è stato fisiologico.

La generazione dei sessantottini, cui anagraficamente, ma non filosoficamente, appartengo, invece, è vissuta nella modernità e nella cultura ed anzi le ha, di fatto, ricreate a proprio uso e consumo, arrivando al potere politico, in età matura, dopo una non breve fase di contestazione di ciò che c’era, e quindi le successive generazioni, rese più deboli da un certo lassismo in ogni ambito, in specie educativo, per la perdita di credibilità progressiva della scuola e dalla cultura concepita come progressivo affastellamento di nozioni e concetti, indotta dal sapere digitale, che tutti erroneamente percepiscono come istantaneo, non sono riuscite, per lo più, a superarla in queste qualità culturali di base, prevalendo, semmai, un po’, nell’uso delle nuove tecnologie.

I giovani brillanti come Renzi &co, sono emersi per qualità intrinseche e merito, ma con difficoltà e continui tentativi, in parte riusciti, dei vecchi marpioni, di bloccarli nel ruolo di eterni giovani apprendisti.

Per battere questa mia coriacea generazione e scalzarla dal suo posto, quindi, non si poteva fare che il gioco sporco, ed a farlo sono stati ovviamente i peggiori delle nuove generazioni, preda di un populismo di dubbia origine, che hanno deciso semplicemente di abolire la cultura, la memoria storica, l’intelligenza e la logica dai valori collettivi che erano e sono i tratti distintivi della generazione da sostituire, sostituendoli, con la protervia il pressappochismo e la violenza verbale, resi più facili dall’uso “scientifico” dei social media, l’unico ambito in cui le nuove generazioni potevano prevalere sulle vecchie.

In conclusione, un monito per le future generazioni, per quando supereranno questa fase: ciò che sta avvenendo oggi, non è un capriccio del cielo, impostoci da Dei dispettosi, ma sono cose che succedono quando non funziona correttamente l’ascensore sociale. Ne tengano conto e provvedano perché, in futuro, questo ascensore sia sempre molto ben mantenuto!