Riformismo Costituzionale

Il 2018 sarà un anno cruciale per il futuro dell’Europa.

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Il 2018 sarà un anno cruciale per il futuro dell’Europa. La Commissione Europea si è limitata per ora ad un libro bianco in cui descrive i cinque possibili scenari: da quello in retromarcia (concentrarsi solo sul mercato unico o poco più) a quello più ambizioso (una Europa molto più integrata cui partecipino tutti e 27 gli Stati membri dell’Unione). Gli ultimi sviluppi in Germania, con il ritiro dalle trattative del Partito liberale, sostanzialmente euroscettico, aprono nuovi spiragli verso una soluzione governativa che coinvolga la SPD e ridia alla Merkel il ruolo propulsore per una Europa sempre più vicina al sogno federale: la Francia da sola non potrebbe essere sufficiente traino. Il Governo italiano che uscirà dalle prossime elezioni potrà essere elemento decisivo per dare spessore al processo di rilancio dell’Unione, se avrà chiara vocazione europeista: altrimenti, ci attende un destino di spettatori recalcitranti, con la prospettiva molto concreta di cooperazioni rafforzate fra un numero limitato di Paesi e senza di noi in settori strategici.
Ma a maggio 2018 partiranno i giochi anche per la definizione del quadro finanziario pluriennale 2021-2027¹. Il bilancio annuale dell’Unione è approvato a maggioranza dal Parlamento Europeo in codecisione con il Consiglio dei Ministri, ma all’interno di una cornice rigida decisa periodicamente all’unanimità dagli Stati membri in sede di Consiglio. Questa cornice definisce il livello massimo degli impegni e dei pagamenti annuali in valore assoluto ed in percentuale del PIL dell’Unione e ne stabilisce la ripartizione fra le principali voci di spesa (le due voci più consistenti sono i Fondi strutturali per la coesione sociale e la politica agricola; seguono le spese per la cooperazione internazionale).
Anche su questo la Commissione si è limitata a preconizzare l’impatto che avrebbero i vari scenari ipotizzati per il futuro dell’Europa sulle finanze dell’Unione, ma a maggio 2018 dovrà presentare il pacchetto delle sue proposte, che riguarderanno anche la ridefinizione delle politiche strutturali e di coesione.
C’è molto in gioco per l’Italia e soprattutto per le sue Regioni più deboli: solo un Governo autorevole e chiaramente europeista potrà essere in grado di contrastare la ricorrente tentazione, in molti partner Nordeuropei, di ridimensionare la componente solidaristica del bilancio comune.
La prima sfida sarà dunque quella di conseguire un aumento del bilancio complessivo, oggi fermo in termini di cassa all’1% del Pil europeo, per far fronte alle nuove politiche comuni auspicate per la sicurezza e la difesa, per la cooperazione con i Paesi in via di sviluppo ed in particolare per l’Africa, per migrazioni ed asilo, per innovazione e ricerca, per il nascente pilastro sociale dell’Unione. Bisognerà respingere insomma il tentativo di finanziare le nuove politiche attraverso la riduzione di quelle strutturali, che resteranno anche nel prossimo futuro un punto di riferimento decisivo per lo sviluppo del nostro Mezzogiorno.
Nell’attuale periodo di programmazione 2014 – 2020 l’Italia ha beneficiato di oltre 30 miliardi di euro di fondi europei (che diventano oltre 50 con il cofinanziamento nazionale). Il tentativo di affiancare ai fondi europei un Fondo di Sviluppo e Coesione finanziato con risorse nazionali di pari dimensione è sostanzialmente fallito: esistono attualmente i cosiddetti programmi complementari nazionali, di un importo complessivo dimezzato rispetto a quelli cofinanziati dall’UE e spesso privi del fondamentale requisito della aggiuntività rispetto agli ordinari stanziamenti di bilancio per gli investimenti. Senza l’aggancio ai pur faticosi meccanismi di programmazione e di monitoraggio dei fondi europei , è da temere che le politiche di sviluppo per le aree meno sviluppate del Paese subirebbero un tracollo.

Per il futuro ciclo di programmazione, l’Italia ha motivo di attendersi un incremento della quota dei fondi europei riservata al nostro Paese. Non è certo motivo di orgoglio, ma è un fatto che il PIL procapite italiano continua a scendere rispetto alla media europea. Il parametro fondamentale per avere diritto ad un sostegno più intenso è un reddito procapite regionale inferiore al 75% della media europea: le statistiche più recenti disponibili mostrano che Sardegna, Molise e Basilicata sono tornate al di sotto di questa soglia e dovrebbero pertanto rientrare nuovamente fra le regioni svantaggiate, mentre molte aree di altri Paesi europei dovrebbero superare la soglia. Sarà compito di un Governo autorevole e competente evitare che nei futuri negoziati europei vengano cambiate le carte in tavola, modificando i parametri per l’allocazione dei fondi o riducendone il loro ammontare complessivo.

1 Il Parlamento Europeo chiede di abbreviare da 7 a 5 anni la durata del quadro finanziario, per farlo coincidere con la durata della legislatura e così aumentare la rispondenza delle decisioni all’evolversi degli equilibri politici sanciti dal voto dei cittadini europei.

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