Riformismo Costituzionale

Cosa sono le “autonomie differenziate” e perché sono al centro dello scontro politico

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Cosa vuol dire “autonomie differenziate”? Si tratta di un regime di autonomia maggiore di quello delle Regioni a statuto ordinario, che queste possono richiedere a certe condizioni.

Dopo aver riconosciuto le autonomie delle Regioni a statuto speciale (Friuli-Venezia Giulia, Sardegna, Sicilia, Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta, nonché Province autonome di Trento e di Bolzano), l’art. 116 della Costituzione stabilisce che “Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui al terzo comma dell’articolo 117 e le materie indicate dal secondo comma del medesimo articolo alle lettere l), limitatamente all’organizzazione della giustizia di pace, n) e s), possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei principi di cui all’articolo 119. La legge è approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di intesa fra lo Stato e la Regione interessata”.

Il testo, che non è di facile lettura, si spiega col fatto che quando nel 2001 si riformò il Titolo V della Costituzione, vi erano alcune Regioni, a partire già allora dal Veneto, che reclamavano competenze e fondi maggiori di quelli assegnati alle altre. Si voleva dunque soddisfare queste istanze, fissando alcune condizioni relative alle competenze da trasferire e al rispetto del sistema della finanza regionale fissata dall’art. 119, che dopo aver previsto che le funzioni regionali sono finanziate, oltre che con “tributi ed entrate propri”, con “compartecipazioni al gettito di tributi erariali riferibile al loro territorio”, prevede l’istituzione con legge statale di un fondo perequativo per i territori con minore capacità fiscale per abitante, per evitare le enormi diseguaglianze economiche che si creerebbero, ad esempio, fra la Lombardia e la Calabria, se ci si fermasse a prevedere la destinazione ad ogni Regione di una quota dei tributi statali riscossi sul territorio di ciascuna, che in Lombardia è enormemente superiore a quella della Calabria.

L’art. 119 è stato sì attuato con legge n. 42 del 2009, che però, in parte per via della crisi finanziaria del 2009 e in parte per difficoltà e resistenze politiche, non ha finora a sua volta trovato attuazione. Quindi il regime di finanziamento delle funzioni delle regioni è rimasto quello anteriore al 2001, basato sulla spesa storica, ossia su quanto le regioni hanno speso l’anno precedente per lo svolgimento delle loro funzioni. Questo ha creato al Nord un meccanismo da pentola a pressione pronta a scoppiare.

Alla fine della passata legislatura, Veneto e Lombardia hanno indetto un referendum per chiedere al Governo e al Parlamento l’autonomia differenziata, mentre l’Emilia-Romagna ha approvato una legge con lo stesso obiettivo. E prima dello scioglimento delle Camere il Governo Gentiloni ha varato le intese con le tre Regioni, anche se le competenze ad esse trasferite erano abbastanza limitate.

E’ con la nuova legislatura, visti i risultati elettorali, che l’autonomia differenziata diventa un cavallo di battaglia, col risultato che Veneto e Lombardia chiedono allo Stato il trasferimento di tutte le competenze che l’art. 116 consente di trasferire. Al di là dello scontro politico sulla questione, dove i conflitti interni alla maggioranza non sono minori di quelli con l’opposizione, si pone a questo punto un problema costituzionale. Se, infatti, le Regioni più ricche del Paese trattano ciascuna con lo Stato, col meccanismo delle intese previste dall’art. 116, le competenze che intendono esercitare e quindi l’ammontare dei fondi che servono allo scopo, diventa privo di senso il fondo perequativo previsto dall’art. 119, ma come detto non ancora attuato. Esso presuppone infatti che la perequazione riguardi contestualmente tutte le Regioni, perché solo così diventa possibile il finanziamento dei livelli essenziali delle prestazioni relative ai diritti civili e sociali che la Costituzione (art. 117, comma 2 lett. m)) garantisce “su tutto il territorio nazionale”. D’altra parte lo stesso art. 116 prevede che le intese siano stipulate “nel rispetto dei principi di cui all’articolo 119”, quindi del fondo perequativo.

Altra questione non da poco. Veneto e Lombardia reclamano fra le altre la competenza sulle “norme generali sull’istruzione”, il che vuol dire cose importantissime come il regime giuridico ed economico degli insegnanti e la scelta dei programmi scolastici. A rigore, la richiesta sembrerebbe corrispondere all’art. 116. Però non va dimenticato che nella Prima Parte della Costituzione è detto che “La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi” (art. 33). Potrebbe l’istruzione pubblica passare alle Regioni senza violare queste regole?

La questione delle autonomie differenziate tocca un nervo scoperto per la nostra democrazia. Ma proprio per questo, è bene rifarsi alla Costituzione, e avvertire il più possibile dei rischi che corre l’Italia che verrà.

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