Riformismo Costituzionale

Le forze europeiste costruiscano l’Europa delle persone.

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La retromarcia del M5S e della Lega sugli annunciati referendum per l’uscita dall’Euro e per l’Italia fuori dell’Unione europea rendono evidente che al centro della campagna elettorale lo scontro sarà tra chi sceglie l’Europa come orizzonte politico e culturale dell’agire quotidiano e chi, più o meno esplicitamente, è contro. Chi ha veramente a cuore il destino dell’Italia s’impegna a fare un ragionamento serio e realistico sull’appartenenza dell’Italia all’Unione europea. In effetti, nonostante difficoltà e problemi, la necessità di un’Europa più sentita e partecipata sta diventando sempre di più senso comune, per questo vale la pena che i Partiti europeisti, nel momento in cui chiedono il consenso delle cittadine e dei cittadini, approfondiscano quest’aspetto in maniera diffusa e coinvolgente e non solo tra esperti e specialisti.

Si tratta di un cambiamento profondo sia in termini di strategia, che di mentalità, perché il danno principale di una visione dell’Europa che continua ad accontentarsi delle discussioni tra soli governi è proprio quello di non includere le persone. In questo quadro lo scoglio da superare per le forze europeiste è soprattutto quello di evitare di continuare a pensare che solo ai governi e alle diplomazie competa il ruolo di propulsori unici dell’integrazione europea, come se l’unità e la solidarietà dei popoli europei dovessero cadere dal cielo.

Il valore aggiunto della Politica deve essere quello della partecipazione e questo non certo per ritardare, ma al contrario per accelerare il suo compimento e dare così forza e consistenza reale all’Europa delle persone. Ciò è tanto più necessario se guardiamo alle nuove generazioni, che in futuro saranno il veicolo del pensiero europeo e che oggi per buona parte associano l’Europa soprattutto alla disoccupazione e allo smantellamento delle garanzie sociali, con il rischio molto alto del domani di non assicurare consenso e legittimità attorno all’Unità dell’Europa.

Se non si vuole che la crisi di sistema iniziata con la bolla finanziaria del 2008 spazzi via definitivamente gli elementi di coesione sociale che l’Europa ha costruito nel secolo scorso e che la distinguono ancora dal resto del mondo come una società più umana e più giusta, sono gli elementi di partecipazione e coinvolgimento delle cittadine e dei cittadini che vanno perseguiti.

Per questo sono fermamente convinta che bisogna agire in via prioritaria a livello europeo e questo devono farlo, ognuno per la parte che gli compete, i governi, certamente, ma anche i partiti, i sindacati, il sistema delle autonomie e della società civile organizzata.
Ed è ovvio che nell’affermare ciò non voglio dare l’impressione di portare fuori di noi, le responsabilità del risanamento e delle riforme, ma che anche per questo ciascuno/a è chiamato/a a fare i conti con le proprie forze e debolezze, prime fra tutte quelli su un migliore utilizzo delle risorse europee, il cui imperdonabile spreco nel nostro Paese, che certo non data da oggi, ci porta a risultare un contributore netto a livello europeo e su cui c’è molto da fare in particolare a livello di classe dirigente regionale e nazionale. Come si vede anche qui torna il nodo democrazia e partecipazione. E ancora una volta, è la politica a essere chiamata in causa.

E’ proprio la gravità della situazione a richiedere che la Politica dia a se stessa e alle cittadine e ai cittadini il senso di un percorso comune. Di un percorso partecipato e coinvolgente in cui ognuno/a si senta parte attiva e responsabile. E se è vero che nelle società complesse la politica e soprattutto i partiti non possono più riassumere tutto, appare necessario per la Politica riconoscere l’autonomia della società e dei suoi diversi soggetti, interloquendo con essi e offrendo proposte che ne assumano le richieste e le unifichino in un progetto comune nell’interesse di tutte e di tutti.

Il lavoro in questa direzione deve muoversi tra le certezze acquisite e la ricerca di altre vie, sapendo che il cammino non sarà semplice, ma che va fatto senza ritardi e tentennamenti, perché nell’era della globalizzazione non stiamo parlando solo di economia o di mercato, ma anche del modo di stare insieme non solo degli Stati ma anche delle donne e degli uomini.

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