Riformismo Costituzionale

Globalizzazione e sviluppo sostenibile

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Agli albori del terzo millennio l’economia mondiale sembrava lanciata verso uno sviluppo senza limiti: la spinta delle nuove tecnologie informatiche e delle comunicazioni, la progressiva liberalizzazione degli scambi di merci e capitali, l’ingresso nel circuito del commercio mondiale della Cina e di altri grandi Paesi prima esclusi dalle potenzialità della crescita, l’espansione della finanza internazionale segnano l’affermarsi della globalizzazione e dei principi del libero mercato che ne rappresentano il fondamento. Eppure non mancano contraddizioni insite nel processo stesso di globalizzazione: da un lato, larghi strati di popolazione appartenente ai Paesi in via di sviluppo si lasciano alle spalle la povertà, la fame e le malattie e cominciano ad assaporare il benessere e le possibilità di progresso; dall’altro, quote consistenti di popolazione appartenente ai Paesi avanzati, colpiti dalla aumentata concorrenza globale, sperimentano condizioni di graduale impoverimento. La globalizzazione riduce le disuguaglianze tra Paesi ricchi e poveri, ma tende ad aumentare quelle interne ai Paesi ricchi. Una contraddizione fatale rischia, quindi, di minacciare le prospettive della crescita mondiale, contrapponendo bisogni di avanzamento a paure di arretramento e alimentando, in presenza di flussi immigratori di straordinaria intensità – dovuti al sovrapporsi degli effetti di guerre e terrorismo a quelli derivanti dalle differenze di reddito –, reazioni politiche e sociali tendenti alla chiusura e al protezionismo, come dimostrano la vittoria di Trump negli Stati Uniti e la Brexit in Europa. La globalizzazione, dunque, a lungo esaltata quale motore dello sviluppo, è diventata, soprattutto dopo gli effetti devastanti della Grande Crisi scoppiata nel 2008, fonte di insicurezza e ansia sul futuro.

Di fronte ai rischi di regresso, occorre conciliare le diverse esigenze senza rinunciare ai benefici della globalizzazione, per una crescita comprendente tutti i fattori – non solo quelli economici – che contribuiscono al benessere reale di una società: quindi, se è corretto esaltare la parte “buona” del libero mercato, è anche opportuno limitarne gli eccessi e attuare interventi a favore dell’equità e dell’ambiente.

Questo si propone l’ambizioso progetto delle Nazioni Unite “Agenda 2030” per una crescita sostenibile da conseguire attraverso i Sustainable Development Goals. Si tratta di un piano d’azione che prevede la condivisione fra tutti i paesi Onu di 17 Obiettivi comuni, tra cui la lotta alla povertà e alla fame, la protezione del pianeta, la riduzione delle disuguaglianze, la crescita e l’occupazione, la salute e l’istruzione, la parità di genere, la pace e la giustizia.

La caratteristica principale dell’Agenda Onu è l’approccio trasversale ai diversi obiettivi. Uno dei più significativi esempi della trasversalità è dato dal Goal 5, la parità di genere. I progressi verso tale obiettivo infatti consentono avanzamenti su tanti altri fronti: dall’alimentazione all’istruzione, dall’occupazione e crescita economica alla salute, dalla riduzione delle disuguaglianze alla lotta alla povertà. Nonostante un generale miglioramento rispetto a venti o trenta anni fa della situazione femminile nel mondo, permane un forte gap tra i due generi: solo metà delle donne risulta economicamente attiva rispetto ai 3/4 degli uomini. Il costo di questa disparità è un minore sviluppo globale.

Il percorso disegnato dall’Agenda 2030 rappresenta anche un importante punto di riferimento per l’Unione europea, perché non lontano da quello tracciato da alcune strategie europee troppo presto dimenticate (a fronte delle emergenze nate dalla crisi), quali la Strategia di Lisbona (lanciata nel 2000) ed Europa 2020 (lanciata nel 2010).

Puntare a una globalizzazione “soft” è una speranza cui non dobbiamo rinunciare.

In Italia, questo percorso può essere avviato positivamente solo attraverso le riforme e la partecipazione dei cittadini al nuovo progetto. Le riforme permetterebbero di superare le debolezze strutturali dell’economia e accompagnare l’evoluzione del quadro economico e politico nel contesto della competizione globale. La partecipazione dei cittadini aumenterebbe il consenso intorno al progetto e la consapevolezza della sua importanza per lo sviluppo del Paese.

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